Dal CES 2026 di Las Vegas arriva la conferma: finita la fase dello stupore, per la tecnologia è il momento di dimostrare un’utilità concreta e soprattutto affidabilità
Se c’è una sensazione che si respira tra i padiglioni di Las Vegas in questi giorni, non è più quella vertigine da fantascienza che ha dominato le ultime edizioni, ma un molto più pragmatico senso di realtà: perché il CES 2026 si sta rivelando esattamente quello che gli esperti avevano predetto, ossia un gigantesco e spietato banco di prova per l’intelligenza artificiale.
Dimenticate i chatbot che scrivono poesie o generano immagini psichedeliche, perché la festa dell’hype è finita e ora la tecnologia è chiamata a fatturare in termini di utilità: come riporta anche Wired, l’attenzione, in questa edizione del Consumer Electronics Show, si è spostata drasticamente dai modelli linguistici teorici agli agenti AI, software capaci non solo di conversare, ma di agire concretamente per noi. Prenotano tavoli, gestiscono l’agenda, scrivono mail e controllano la domotica senza che l’utente debba alzare un dito.
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È un cambio fondamentale che vede l’hardware tornare protagonista, con PC e smartphone progettati nativamente per l’AI che promettono di elaborare i dati direttamente sul dispositivo, garantendo quella privacy e quella velocità che il cloud non sempre può assicurare.
Tra televisori che diventano hub di controllo per la casa e automobili che si trasformano in salotti digitali sempre più autonomi, il filo rosso di questo CES 2026 è l’integrazione: la tecnologia vince quando sparisce, quando funziona e basta, togliendo attrito alle nostre giornate invece di aggiungere complessità.
Una lezione che i big della Silicon Valley sembrano aver finalmente imparato, trasformando il CES 2026 nel primo vero passo verso una maturità digitale che aspettavamo da anni.
