Tra app che monitorano il nostro silenzio sui sociale e brevetti sul volto umano: l’identità digitale sta diventando una certificazione continua
L’ultima volta che ho dovuto dimostrare di essere umana è stata due ore fa, stavo solo cercando di leggere un articolo. Seleziona i semafori. Trova gli idranti o le parti di una macchina. Conferma che non sei un robot. È praticamente una prassi a cui non prestiamo più attenzione, ma che se ci rifletto un attimo, mi disturba: un’intelligenza artificiale che interroga me per assicurarsi che io non sia lei. È una sorta di test di Turing alla rovescia. Cioè, in pratica siamo noi, i “biologici”, i sospettati.
In quel momento ho capito che ormai siamo solo all’inizio di un’era in cui l’esistenza non è più un dato di fatto, ma un qualcosa da certificare di continuo.
Due notizie recenti, infatti, apparentemente distanti, tracciano i confini di questa nuova gabbia. E qui di nuovo rifletto sulle parole che mi vengono in mente. Gabbia. Forse la racconto con uno stile troppo alla Orwell? Ditemelo voi. Ma intanto, andiamo avanti.
La prima notizia di cui voglio parlavi arriva dalla Cina: una app chiamata “Are You Dead?”. Il meccanismo è semplice e inquietante: se smetti di interagire con lo smartphone, il sistema avvisa i tuoi cari. Il presupposto è che la vita coincida con una vera e propria “emissione” di segnali digitali. Se non produci dati o se non scrolli, allora sei morto. Assurdo, non trovate? Morto. Neanche il beneficio del dubbio? Qui il diritto al silenzio o alla sparizione volontaria non vengono contemplati: l’assenza è qualcosa da segnalare. Ovviamente, il discorso è molto più ampio. E vi rimando all’articolo di Wired che indaga la questione in maniera approfondita. Io, se me lo concedete, ho l’urgenza di continuare il discorso.
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La seconda notizia è il brevetto della propria immagine di Matthew McConaughey. L’attore ha deciso di blindare legalmente la propria immagine (ma anche la voce, la sua gestualità in generale) per difendersi dai deepfake. Lì per lì può sembrare la solita stranezza da star di Hollywood. Però, la GenAI può farci dire o fare qualunque cosa in un video indistinguibile dal vero; il nostro volto smette di essere “noi” e diventa un file biometrico che qualcuno può rubarci. McConaughey, alla fine, sta solo cercando a tutti gli effetti di mantenere la proprietà privata della sua stessa immagine (ormai non è più così scontato!).
Nel mezzo di questi due estremi, cioè tra l’obbligo di emettere segnali per dimostrare di essere vivi e la necessità di brevettare la propria faccia per restare unici, ci sono io, e ci siamo tutti noi.
Ricordate il video del canguro col biglietto aereo in mano che girava sui social? All’inizio ci abbiamo riso, sembrava vero ma non lo era. “Sono davvero diventato un boomer?”, chi non lo pensa quando si rende conto di non riconoscere all’istante un video generato dall’intelligenza artificiale? Il punto non è se siamo boomer che cadono nei tranelli dell’arte generativa; il punto è che il tessuto stesso della realtà sta diventando difficile da riconoscere. E se tutto può essere sintetizzato, nulla è più intrinsecamente vero. Troppo esistenziale?
Intanto che ci riflettiamo, le Istituzioni provano a mettere le mani avanti. L’Europa, con l’AI Act, sta tentando di imporre “bollini” sui contenuti generati dall’AI. Anche la Spagna sta varando leggi severissime contro i deepfake non autorizzati. Sono tentativi lodevoli, ma sembrano cerotti su una ferita ben più grande.
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Ci stanno chiedendo di essere i “guardiani” della nostra stessa autenticità.
Devi dimostrare di essere vivo. Devi dimostrare di essere l’originale.
Ma se l’esistenza deve passare da una notifica o da una spunta verde per essere riconosciuta come tale, allora sento che abbiamo perso qualcosa di importante. Perché l’umano è proprio quello che sfugge alla catalogazione, quello che ha il diritto di stare in silenzio senza essere considerato morto e che possiede naturalmente il sacrosanto diritto di avere una faccia, proprio quella lì, senza doverla depositare all’ufficio brevetti.
Se devo dimostrare di essere viva per convincere un sistema, allora, in qualche modo, ci siamo già rotti.






