Open Innovation e imprese: il nodo dell’impatto reale

Dall’adozione all’impatto: l’Open Innovation alla prova della maturità

 

 

L’Open Innovation è stata raccontata a lungo come una scelta distintiva, quasi identitaria. Collaborare con startup, università e centri di Ricerca rappresentava un segnale di apertura culturale e di modernità organizzativa. Oggi che è diventata una pratica diffusa soprattutto nelle grandi imprese, però, lo scenario è un po’ cambiato.

La questione centrale dell’Open Innovation non riguarda più l’adozione, ma l’impatto che queste iniziative riescono a generare nel tempo.

In molte organizzazioni, infatti, l’Open Innovation continua a vivere ai margini della strategia. Call for Startup, challenge tematiche e programmi di scouting producono visibilità e relazioni, ma faticano a tradursi in trasformazioni concrete dei processi o in risultati misurabili sul business. È un fenomeno noto: l’Innovazione aperta resta spesso confinata in una dimensione esplorativa, scollegata dalle decisioni che contano davvero.

I dati più recenti lo confermano. Secondo diverse analisi di settore, solo una piccola parte delle aziende italiane che dichiarano di fare Open Innovation ha strutturato una governance chiara con ruoli definiti, budget dedicati e obiettivi collegati alla strategia aziendale.

In assenza di questi elementi, le iniziative rischiano di accumularsi senza sedimentare, generando un’illusione di movimento continuo che si traduce, però, in scarsi risultati. Questa distanza tra intenzione e impatto è strutturale: molte imprese hanno adottato l’Open Innovation più come biglietto da visita che come leva sistemica.

 

 

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Il nodo della governance emerge come il primo spartiacque. Quando l’Open Innovation non è integrata nei processi decisionali, resta una pratica accessoria, affidata a team isolati o a singole funzioni aziendali. Le organizzazioni più mature, invece, tendono a inserirla in una cornice più ampia, in cui la collaborazione esterna dialoga con le priorità di business, con la trasformazione digitale e con le scelte di investimento. In questi casi, l’Innovazione aperta smette di essere un esercizio sperimentale e diventa uno strumento operativo.

Accanto alla governance, la questione della misurazione dell’impatto è altrettanto cruciale. Molte aziende continuano a valutare l’Open Innovation in termini di numero di startup coinvolte, eventi organizzati o progetti avviati. Indicatori sicuramente utili per raccontare le attività, ma meno efficaci per comprendere il valore prodotto.

Secondo l’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano, se l’88% delle grandi imprese dice di praticare Open Innovation, meno del 10% è in grado di misurarne l’impatto in modo strutturato. Questo scarto si traduce, nella pratica, in progetti ben avviati che, però, non diventano driver di trasformazione per processi, prodotti o modelli di business. Cresce l’esigenza di metriche che colleghino le iniziative di Open Innovation a risultati tangibili: miglioramento dei processi, riduzione dei tempi di sviluppo, nuovi ricavi e cambiamenti organizzativi duraturi.

In un contesto economico più selettivo rispetto al passato, questa evoluzione diventa una necessità. Le risorse dedicate all’Innovazione sono sottoposte a una pressione crescente e la legittimazione dell’Open Innovation passa sempre più dalla capacità di dimostrare un contributo concreto. Alcune imprese stanno rispondendo spostando il focus verso modelli più strutturati, come il Venture Clienting o il Venture Building interno, che consentono un’integrazione più diretta tra Innovazione esterna e attività core.

In sintesi, l’Open Innovation si trova in una fase di maturazione. La sua diffusione non è in discussione; lo è il modo in cui viene ancora governata e valutata. La sfida attuale consiste nel trasformare una pratica ormai consolidata in una leva capace di incidere davvero sulle scelte strategiche e sulla competitività delle imprese. È in questo passaggio, meno visibile e più complesso, che si gioca il futuro dell’Innovazione aperta.

 

S. C.

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