Conversation designer, il lavoro del futuro?

La macchina ha bisogno di creatività ed empatia, non solo di numeri

 

 

Giornali, TG, siti web sembrano ormai tutti concordi: servono più laureati e soprattutto laureate STEM. Servono ingegneri, informatici, fisici, scienziati insomma. E le materie umanistiche? I laureati in filosofia, in lettere, in comunicazione? La propaganda comune li rilega ai percorsi da scartare, la frase più usata è che “non servono a trovare lavoro”. Quindi buttiamoli via, no? E se fossero umanisti i conversation designer? Sapete di che lavoro si tratta?

L’evento di oggi di BookCity ci avverte: prima di usare la pergamena di una di queste lauree per conservare la verdura in frigo, pensiamoci più di una volta. Proprio così, le aziende, e in particolare quelle che si occupano di intelligenza artificiale, hanno bisogno di umanisti!

Scopriamo il perché con le parole degli esperti del talk: Antonio Perfido, CMO di The Digital Box, nostra vecchia conoscenza, e Iolanda Iacono, CCO di QuestIT.

 

 

Approfondisci il tema dell’intelligenza artificiale con il nostro podcast Ucraina – Putin: un’intelligenza artificiale sarebbe mai entrata in guerra?

 

 

Per comprendere perché l’AI ha bisogno degli umanisti bisogna prima comprendere cosa significa essere un conversation designer. Infatti, questa nuova figura professionale

“insegna a interfacce vocali, chatbot, assistenti virtuali a interagire e dialogare con noi umani, che sempre più ricorriamo a loro da smartphone o smart speaker. Apparentemente sembra un lavoro riservato a informatici o esperti di AI. In realtà, le tecnologie sviluppate dagli ingegneri diventano sempre più semplici e questo lascia spazio agli “umanisti”, soprattutto agli specialisti di dialoghi e di flussi conversazionali che devono letteralmente insegnare alle macchine a dialogare con le persone, in linguaggio naturale. I conversation designer – professione che negli USA sta crescendo tantissimo – vengono infatti scelti tra copywriter, sceneggiatori, scrittori, dal mondo dei fumetti oppure tra persone con formazione in ambito UX e con abilità di scrittura. Rappresenta un’occasione per i tanti che hanno scelto percorsi di studi ‘umanistici’.”

 

 

Ascolta il nostro podcast LegalTech Show con Antonio Perfido: Gli assistenti virtuali persuasivi

 

 

Perfido pone l’accento soprattutto su due caratteristiche che queste nuove conversazioni devono avere: “empatia ed emozionalità”. Come si raggiungono? “Tramite moltissime misurazioni e analisi, ma soprattutto partendo da un ambito contenutistico circoscritto e, infine – ora arrivano gli umanisti – serve insegnare alle macchine in maniera creativa”.

Oltre la creatività, il conversation designer che abilità, capacità e/o competenze deve avere?

Dal fitto dialogo tra Perfido e Iacono si possono cogliere i punti principali:

  • scrittura creativa
  • competenza comunicativa e sociologica
  • empatia
  • problem solving
  • consapevolezza della centralità dell’utente rispetto alla macchina
  • curiosità nel continuare a imparare prima di insegnare

In Italia, però, come si diventa conversation designer?

“Purtroppo nel nostro Paese non ci sono ancora percorsi universitari diretti alla disciplina, ma le aziende ne hanno bisogno. Detto questo si possono seguire dei corsi, alcuni dei quali riconosciuti dal Conversation Design Institute. Per prepararsi a questi corsi studiare da tutto quel bacino, per la maggioranza gratuito, che si trova online, sia in italiano che in inglese. Se si crede davvero in questa strada anche capire l’importanza di fare networking per ampliare la nostra rete. Infine, dico di mettersi alla prova. Fate delle prove!”

Quindi, davvero non servono solo ingegneri, dato che la macchina non è solo una macchina e non siamo noi a doverla capire, ma lei in primis deve essere messa nella condizione di mettersi in relazione con noi, capirci, aiutarci e supportarci. La dottoressa Iacono, infatti, afferma che l’AI deve sviluppare

“la capacità di riconoscere le emozioni che la persona sta provando. Nella mia azienda abbiamo fatto uno studio sulle sette emozioni principali presenti in ogni cultura, partendo da specifici tratti del volto: occhi, naso e bocca. Da qui, si identifica facilmente il disgusto, così come la gioia e la paura; la macchina può capirlo, così gli assistenti virtuali iniziano a capire cosa io stia provando. Siamo partiti da sette, dove arriveremo?

Se volete saperne di più sul lavoro del conversation designer potete dare un’occhiata al libro di Antonio Perfido edito da Franco Angeli che ne delinea le caratteristiche e gli sbocchi in maniera ancora più approfondita.

Un nuovo lavoro per il futuro?

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