Epstein files, Jmail, la damnatio memoriae e la banalità del male

Quando l’archivio digitale di un mostro diventa monumento pubblico della vergogna. Parliamo di Jmail, il progetto di due sviluppatori che hanno reso navigabili 20mila email di Jeffrey Epstein rilasciate dal Congresso americano

 

 

Mi torna in mente una frase che mi scrisse una persona cara regalandomi tantissimi anni fa un libro di Isaac Asimov (Il ciclo della Fondazione, N.d.R.); nella dedica si leggeva: “La realtà supera sempre la fantasia”. E questa frase ce l’ho in testa adesso che scrivo.

Perché, quando ho aperto Jmail per la prima volta, ho avuto quella sensazione. Stavo navigando in una casella Gmail perfettamente ricostruita, dove potevo trovare newsletter di Quora, email di Flipboard. Però, quella casella apparteneva a Jeffrey Epstein. E accanto a quelle email banali c’erano conversazioni con Bill Gates, Elon Musk, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak.

Jmail nasce da un’idea di Luke Igel e Riley Walz, due sviluppatori di San Francisco. Questi due hanno trasformato circa 20mila email rilasciate dal Congresso americano (visionabili sul sito del Dipartimento di Giustizia) attraverso l’Epstein Files Transparency Act in un’interfaccia che imita Gmail. Il progetto è incredibile, realizzato in sole cinque ore usando strumenti di AI, ed è diventato virale nel weekend del suo lancio, raggiungendo 18,4 milioni di visualizzazioni in pochi giorni.

“Ci siamo seduti alle nove di sera e abbiamo passato cinque ore a lavorare fianco a fianco in Cursor”, ha raccontato Igel. “Le email erano semplicemente troppo difficili da leggere nei PDF originali. Volevamo che la gente potesse vedere cosa rappresentavano davvero: un tizio che passa le giornate sul suo iPad mandando email a tutti quelli che conosce.”

Jmail si è espanso rapidamente: JPhotos per le foto, JDrive per i documenti, JFlights per tracciare i voli, persino Jemini, ossia un chatbot AI che permette di interrogare l’archivio. È una ricostruzione immersiva del mondo digitale di Epstein, disponibile a chiunque.

 

 

Leggi anche Allarme UNICEF: l’AI e la nuova frontiera dell’abuso digitale sui minori

 

 

Jeffrey Epstein. Il nome mi evoca orrore istantaneo. Finanziere, sex offender, trafficante di esseri umani. Morto ufficialmente suicida nel 2019 nella sua cella mentre attendeva il processo. Ma la sua morte ha solo amplificato il mistero e le domande. Il documentario Netflix Jeffrey Epstein: Filthy Rich del 2020, che sta tornando virale proprio in questi giorni con 3,1 milioni di visualizzazioni globali in una settimana, racconta la storia attraverso le voci delle sopravvissute. Virginia Giuffre, Annie Farmer e altre hanno testimoniato degli abusi subiti, della “piramide della molestia” orchestrata da Epstein e dalla sua complice Ghislaine Maxwell.

Ma ciò che rende il caso Epstein così inquietante non è solo l’orrore dei suoi crimini. È chi era nella sua orbita. I nuovi file rilasciati dal Dipartimento di Giustizia rivelano connessioni con il mondo tecnologico ancora più profonde di quanto si sapesse. Bill Gates, Peter Thiel, Sergey Brin, Reid Hoffman, Elon Musk: i nomi che hanno costruito Internet, le piattaforme che usiamo ogni giorno.

“Il caso Epstein è sempre sembrato molto lovecraftiano, molto alla True Detective”, ha detto Igel. “Ha fatto impazzire le persone migliori perché c’è troppa informazione e sembra di bucare la realtà ogni volta che escono notizie. Anche con questo ultimo set di dati, non sembra che la storia completa venga rivelata. Semmai, sembra una serie di false piste e di momenti scioccantemente umani.”

I nuovi documenti mostrano che Epstein era in contatto con almeno 20 figure di spicco del settore tech, discutendo di investimenti in startup, Bitcoin, elicotteri privati e contratti di exit aziendale. Le email rivelano che Epstein aveva investito milioni in Coinbase e decine di milioni attraverso fondi collegati a Peter Thiel, tutto dopo la sua condanna del 2008 per crimini sessuali.

Ma le cose si fanno sempre più oscure e continuano a emergere connessioni. Bill Gates appare in 2.592 file, documentando pranzi, chiamate Skype e foto. Nei file ci sono bozze di email che Epstein ha scritto a se stesso, suggerendo di aver facilitato affari extraconiugali per Gates e di averlo aiutato a procurarsi droghe per incontri con “ragazze russe”; accuse che un portavoce di Gates ha definito “assolutamente assurde e completamente false”, descrivendole come tentativi falliti di ricatto.

 

 

Leggi anche Quando la realtà diventa un optional: l’AI nella comunicazione istituzionale

 

 

E, ancora, Steven Sinofsky, ex dirigente Microsoft, aveva uno scambio costante di email con Epstein, compresi messaggi sul suo pacchetto di pensionamento da 14 milioni di dollari. Reid Hoffman ha visitato l’isola privata di Epstein nel 2014, anche se ha successivamente affermato che il viaggio era per scopi filantropici.

La domanda che mi tormenta è: possibile che le persone che controllano la nostra vita digitale (pensiamo ai nostri dati, alla nostra privacy) non riuscissero a capire che frequentare Jeffrey Epstein fosse una pessima idea? Come scrive Yahoo Finance: “L’industria tech ha costruito la sua reputazione su trasparenza e disruption, eppure le sue figure più potenti mantenevano relazioni con qualcuno i cui crimini erano di dominio pubblico”. Bisogna dunque capire se “le élite della Silicon Valley operano con qualsiasi forma di responsabilità”.

Gli antichi romani praticavano la damnatio memoriae, la condanna della memoria. Quando un imperatore cadeva in disgrazia, il Senato decretava la distruzione delle sue statue, la cancellazione del suo nome dalle iscrizioni, lo sfregio dei suoi ritratti sulle monete. Jmail fa l’esatto opposto. È una forma di damnatio memoriae invertita: invece di rimuovere il mostro dalla memoria pubblica, lo congela in un formato eternamente accessibile. Mentre storicamente il dimenticare era una forma di punizione, l’era online gli dà una dimensione completamente nuova. Nell’antichità, essere dimenticati era la più grande punizione. Oggi, essere ricordati per sempre in forma digitale è il nuovo inferno.

Voglio qui sottolineare che l’interfaccia Gmail non è casuale, anzi! Questo è senza dubbio il formato più intimo che conosciamo. Pensiamoci: vedere le email di qualcuno, culturalmente, non equivale a leggere il suo diario? Igel e Walz hanno creato una sorta di museo dell’orrore utilizzabile come uno strumento di lavoro.

E, inevitabilmente, il successo di Jmail solleva domande scomode.

La prima che mi viene in mente è perché ne siamo così affascinati?

 

 

Leggi anche: Perché preferiamo chattare con l’AI anziché guardarci negli occhi?

 

 

Oltre 350mila visitatori nei primi giorni. Milioni di visualizzazioni. Gli antropologi la chiamano “conoscenza incorporata”, abbiamo bisogno di vedere per credere, per processare il male. Non ci basta sapere che Epstein era un criminale, dobbiamo entrare nella sua casella di posta elettronica, vederlo con i nostri occhi. Però, più rendiamo normale e accessibile il male, più lo banalizziamo. Hannah Arendt parlava di “banalità del male” osservando Eichmann che organizzava l’Olocausto con la mentalità del burocrate.

E improvvisamente, Squid Game non mi sembra più così irreale. Se ci penso mi viene la pelle d’oca. La serie coreana mostra una società distopica dove persone disperate partecipano a giochi mortali per denaro. Ma, come scrive The Conversation: “Più di un terzo della seconda stagione si svolge al di fuori dell’ambientazione del gioco, evidenziando le circostanze di vita distopiche che spingono i partecipanti a entrare nella competizione mortale in primo luogo”.

Il creatore Hwang Dong-Hyuk dice: “I giochi e le loro conseguenze sono un riflesso di come trattiamo i perdenti della competizione sociale”. La brutalità di Squid Game non è un’esagerazione ma un’allegoria delle pressioni che le persone affrontano in questo mondo guidato dalla competizione più spietata. E, in un certo senso, il caso di Epstein e la sua isola privata è uno Squid Game reale. I potenti che giocano con le vite degli altri, l’élite che si muove come se a lei le regole non si applicassero.

Come riporta NBC News, “in alcuni casi, i file sollevano più domande che risposte sul perché alcuni dirigenti tech o investitori sembravano cercare così spesso i consigli di Epstein. Epstein proveniva dall’industria finanziaria di New York e viveva principalmente a Manhattan, rendendolo sulla carta una sorta di estraneo rispetto agli hub tecnologici della California del Nord e di Seattle”.

Se ci pensiamo, sono ancora milioni le pagine non rilasciate. Come vi scrivevo all’inizio, la realtà supera sempre la fantasia.

E il vaso di Pandora, una volta aperto, non si chiude più.

Potrebbero interessarti

PODCAST

Cultura e Società

Golden Hour: un’ora preziosa per parlare di lavoro in evoluzione

Ospite: Laura Vitelli

GOLDEN HOUR
con Silvia Masciulli

PODCAST

Big Data

Il trattamento dei dati tra necessità di trasparenza, intelligibilità e accessibilità

Ospite: Luca Bolognini, Giorgio Trono

A LITTLE PRIVACY, PLEASE!
con Sergio Aracu, Laura Liguori

PODCAST

Cultura e Società

Sul Rage Bait, ovvero del perché i contenuti che ci fanno arrabbiare dominano l’infosfera

Ospite: Donald Ruggiero Lo Sardo

DISINFÒRMATI
con Sabrina Colandrea

PODCAST

Cultura e Società

Golden HouR, dialoghi informali sul lavoro che cambia

Ospite: Luciana De Laurentiis, Claudio Allievi, Alessandra Cravetto

GOLDEN HOUR
con Silvia Masciulli

PODCAST

Leadership femminile - ZTE ITalia intervista a Giada Cosentino
Intelligenza artificiale

ZTE: tecnologia per il pianeta, guidata dalla leadership femminile

Ospite: Giada Cosentino

WOW - WOMEN ON WEB
con Federica Meta, Francesca Pucci

PODCAST

Governance tecnologica

La legge italiana sull’intelligenza artificiale tra luci e ombre

Ospite: Massimiliano Masnada

A LITTLE PRIVACY, PLEASE!
con Sergio Aracu, Laura Liguori