C’era una volta “Il migliore dei mondi”. L’ultima fatica di Maccio Capatonda

L’universo distopico di Maccio Capatonda tra ipertech e sentimenti sintetici

 

 

Spoiler alert!

Anche se, in realtà, una pregevolissima scelta di scrittura del film “Il migliore dei mondi” di Danilo Carlani, Alessio Dogana e Maccio Capatonda, scritto con Barbara Petronio e Gabriele Galli, è quella di iniziare con una sequenza che sintetizza il senso e le tematiche della vicenda; quindi, gli autori stessi se la ridacchiano partendo con una sorta di spoiler simbolico. Ma per non affrettare troppo le cose parleremo più avanti di questa sequenza.

Ennio Storto, il pelatissimo Maccio Capatonda, è un uomo di mezza età secco secco, soprattutto emotivamente, che organizza la sua vita professionale, sociale e sessuale esclusivamente attraverso l’ausilio della tecnologia: Alexa lo sveglia, gli apre le tapparelle, gli prepara il frullato, mentre lui in bagno guarda video stupidi, talmente abituato a quell’ironia da non riderne più, o matcha su tinder con ragazze che corrispondono alle sue medie fantasie sessuali, come da categorie di Pornhub. La cosa peggiore che potrebbe capitare a un personaggio del genere è di ritrovarsi improvvisamente privato della propria corazza tecnologica.

Naturalmente, è proprio ciò che succede con l’arrivo nel suo negozio di elettronica di Viola, una ragazza che gli piace pur sfuggendo ai suoi parametri e che lo porta a tentare di riparare un vecchissimo modem. La vicinanza tra il suo iPhone e il modem giurassico produce una specie di black out che lo catapulta istantaneamente in un 2023 parallelo, nel quale il Millennium Bug del 2000 ha causato il caos e, come conseguenza, la tecnologia è stata vietata, non andando oltre gli albori di Internet. La vita in questo universo si rivela insopportabilmente scomoda, così, cercando di rintracciare la ragazza del modem, Ennio le prova tutte per tornare da dov’è arrivato.

 

 

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“Il migliore dei mondi” utilizza il genere della commedia sentimentale per riflettere su quanto l’enorme sviluppo tecnologico degli ultimi 20 anni abbia influenzato il nostro stile di vita, ma si può anche leggerla al contrario, con gli autori che usano l’espediente del film di fantascienza per parlare dello stato delle moderne relazioni sentimentali e sessuali. L’equilibrio tra la trama di genere e la commedia sentimentale pende decisamente verso la seconda, interrogandosi sugli effetti dell’affidarsi alle app e al resto della tecnologia nella meccanica dell’amore.

Nel presente, Ennio si sente sicuro nell’affrontare un’uscita con una ragazza solo dopo che ha potuto studiarne attentamente i profili social, per poter  indovinare i posti in cui portarla, gli argomenti di conversazione e le preferenze da millantare per mostrare sintonia quel tanto che basta per chiudere la serata come spera. Gli intenti comunicativi del film sono chiari: se è diventata davvero questa la modalità (certo meno estremizzata) di relazionarsi, allora l’epoca in cui viviamo è un’allegra distopia; in questo senso cade la battuta di Pietro Sermonti, che interpreta il fratello di Ennio, quando chiede: “Dal mondo in cui vieni siete tipo dei serial killer?”.

Nell’universo parallelo, invece, per socializzare con Viola e cercare di recuperare il modem che gli permetterebbe di ritornare nel presente, Ennio deve necessariamente inventarsi qualcosa di diverso, dato che i suoi metodi di approccio si basano sulla tecnologia non più disponibile. La sua fantasia tuttavia non va molto in là: l’uomo studia i movimenti di Viola, all’insaputa di quest’ultima, per conoscere qualcosa di lei da poter usare durante l’appuntamento. La sua preparazione, però, si rivelerà inutile, data la natura spontanea e imprevedibile di Viola, che, la sera del loro appuntamento, non ha voglia di andare nel solito posto. Nell’imprevisto per Ennio scatta la meccanica dell’amore. Grazie all’affinità che avverte con Viola riesce a lasciarsi andare come non era mai riuscito a fare prima.

Di cosa è fatta la meccanica dell’amore? Delle giuste parole o di quelle sbagliate, di ironia, momenti imbarazzanti, cringe ma vissuti senza disagio, del senso di abbandono di sé senza venire meno a sé stessi? Chi lo sa, forse.

 

 

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Al proposito è molto efficace un concetto ricorrente nel film: smettere di cercare quello che ci si affanna a trovare, perché prima o poi salterà fuori da sé. Lo insegna Viola a Ennio, per tranquillizzarlo quando perde il controllo, e potrebbe essere letto in una duplice accezione: da un punto di vista personale, pensando proprio a Ennio, come un invito a lasciarsi andare, a non cercare di controllare tutti gli aspetti della propria vita, cosa impossibile e che lascia, inevitabilmente, frustrati; e, in generale, come un invito a non agire passivamente nelle relazioni interpersonali, basandosi sulle app e sullo stile di vita che comportano, ma a riscoprire la semplicità dello stare insieme.

Il piacere dell’imprevisto contro l’appiattimento generale di usi e costumi sempre più smart. Nel mondo parallelo del film, alla gente non costa nulla aiutarsi nel parcheggiare o nell’indicare la direzione da seguire, non potendo contare sui sensori dell’auto o su Maps. Ne emerge un ritratto un po’ naïf del bisogno di aiuto reciproco di ciascuno, ma in fondo vero. Potremmo aver lasciato indietro qualcosa di importante.

Un film compatto ed efficace, dunque, anche se un aspetto di dubbio gusto potrebbe essere visto nella rappresentazione delle forze dell’ordine come antagonisti: i poliziotti spregiudicati sparano per uccidere, le auto volano dai ponti, dagli edifici e si schiantano. Ma perché? Certo, nella comicità di Maccio c’è il gusto per l’esagerazione, ma bisognerà pur fare i conti con la faciloneria di sparatorie e città distrutte presente nell’immaginario cinematografico e televisivo dell’ultima decade, sicuramente frutto di 15 anni di Marvel, che l’hanno resa, come ha detto di recente un noto regista, “una violenza senza peso”. Sarebbe anche ora che si tornasse a riflettere sulla violenza più seriamente, non edulcorandola, anche quando viene trattata attraverso la commedia, affinché la risata non sia troppo facile.

 

 

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Come preannunciato, l’amalgama di tematiche viene presentato in modo davvero efficace e divertente nella prima sequenza del film: siamo a una festa, con luce soffusa, droghette a fare compagnia, musica a palla e un sacco di gente. A Ennio cade lo smartphone, che si perde nella folla. Gattonando tenta di recuperarlo, invece incontra per la prima volta Viola. Quest’ultima lo nota e, colpita dalla sua preoccupazione, gli suggerisce un metodo infallibile per ritrovare il telefono: se smetterà di cercarlo e si godrà il momento, ballando con lei, lo smartphone riapparirà da sé. Ed è proprio quello che succede.

Pensandoci, la dinamica della scena coincide esattamente con la dinamica dell’intera storia: Ennio, chiuso nella sua bolla tecnologica, scoprirà una forma di sentimento maturo e spontaneo quando sarà disposto ad accettare la privazione del proprio smartphone.

Per estensione, la privazione della tecnologia su cui fa affidamento per ogni aspetto della vita e che lo tiene al riparo dagli altri.

Pur consapevoli degli enormi benefici portati dallo sviluppo tecnologico, guardando alle relazioni interpersonali, bisogna riconoscere che la riflessione proposta dal film è puntuale. Gli autori non hanno affatto tutti i torti.

Vincenzo Borsellino

Redazione

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