“Citizenfour”, la grande prova di Edward Snowden raccontata da Laura Poitras

Citizenfour è il documentario, diretto da Laura Poitras nel 2014, che tratta delle rivelazioni di Edward Snowden sul sistema di sorveglianza di massa usato dalla National Security Agency statunitense, da cui sono derivate le inchieste giornalistiche pubblicate sul “Washington Post” e su “The Guardian” che hanno contribuito alla comprensione di uno dei più inquietanti fenomeni delle società moderne

 

Spoiler Alert: il film di Poitras, vincitore del Premio Oscar 2015 per il documentario, si articola in quattro parti, qui analizzate singolarmente e puntualmente.

 

Il contesto

Laura: “Perché hai scelto me?”

Citizenfour: “Non ti ho scelta. Tu l’hai fatto. Il sistema di sorveglianza a cui sei stata esposta ha fatto di te una ‘selezionata’; un termine che comprenderai meglio quando capirai come il moderno sistema SIGINT funziona.”

Laura Poitras, una regista di documentari cinematografici, sta realizzando una trilogia per analizzare i cambiamenti politico-sociali avvenuti negli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre.

A causa delle implicazioni politiche del suo lavoro, si rende presto conto di essere sorvegliata dalle autorità statunitensi: all’attraversamento della frontiera americana viene spesso interrogata e perquisita. Non appena comincerà il lavoro su Citizenfour, che tratta proprio del problema della videosorveglianza, deciderà di spostarsi a Berlino, così da evitare che le autorità di confine americane analizzino il materiale del suo nuovo documentario.

A gennaio 2013 la regista inizia a ricevere una serie di mail crittografate, nelle quali, l’anonima fonte, spiega di averla contattata per offrirle delle informazioni Top Secret in materia di violazione della privacy collettiva. Sono conoscenze di cui è in possesso dato l’impiego da senior nella comunità dell’intelligence americano. La fonte, che in quella fase non può offrirle altro che la sua parola, si firma come Citizenfour.

È un inizio fortemente adrenalinico e di suspence. Il registro scelto dalla documentarista americana enfatizza la dinamica da Spy Story con cui si instaura la relazione tra lei e la sua fonte, creando l’incipit di un grande film. Il punto di vista iniziale coincide con quello di Laura Poitras, è lei infatti a presentare i personaggi principali e il contesto della vicenda.

 

 

Glenn Greenwald, giornalista investigativo di spicco, è uno di questi personaggi. Ci viene introdotto in un giardino di una piccola casa a Rio de Janeiro, in collegamento telefonico.

La conversazione è incentrata sulla politica militare e di sicurezza interna dell’amministrazione Obama: Greenwald cita due passaggi tratti dalla campagna elettorale del 2007, in cui il futuro capo del governo degli USA affermava che il Presidente non ha il potere costituzionale di approvare unilateralmente un attacco militare che non conduce alla sospensione di un’imminente minaccia per la nazione; la legge non va ignorata quando non è conveniente. A Greenwald sembra, dunque, che il Presidente Obama stia facendo esattamente l’opposto di quanto dichiarato in quelle occasioni.

Con questa sequenza si pone, sullo scacchiere delle forze in opposizione, l’autorità massima, il potere esecutivo, che gli autori (da considerare anche l’importante contributo della montatrice Mathilde Bonnefoy) non possono non chiamare in causa per comprendere il complesso scenario che vogliono rappresentare.

Altra fondamentale testimonianza viene data da William Binney, non esattamente uno dei protagonisti del film, ma una voce ricorrente. Ex analista di metadati per la NSA, l’uomo racconta come, pochi giorni dopo l’attentato alle Torri gemelle, l’agenzia per cui lavorava iniziò a spiare ogni persona nel Paese. I dati di partenza erano quelli delle compagnie telefoniche, come la AT&T, che forniva 320 milioni di registrazioni al giorno. Il programma di spionaggio prese il nome di Stellar Wind. Binney e altri impiegati della NSA, preoccupati di rendere costituzionale l’operazione, andarono dalla commissione per l’intelligence, con lo scopo di far presente le perplessità avvertite. Di tutta risposta ottennero un’irruzione intimidatoria nelle loro case.

La portata delle dichiarazioni di William Binney fa capire quanto l’argomento sia complesso e da quanto sia aperto. Con le sequenze successive, per così dire “pro-azione di governo” e autorità statunitensi, la regista ci mostra le reazioni dell’altra parte in causa.

Thomas Byron, un funzionario del Dipartimento di Giustizia, rappresenta alcuni esponenti del governo citati da un gruppo di querelanti. La querela è dipesa dall’aver subito intercettazioni delle comunicazioni da parte della NSA, una questione di sicurezza nazionale secondo l’agenzia, ma non del tutto dimostrata.

Quando prende la parola il funzionario Byron, la difesa tenta una richiesta singolare: in base alla natura sensibile dei documenti in esame, la controversia non dovrebbe essere risolta in un tribunale federale, ma dovrebbe essere supervisionata dal potere legislativo ed esecutivo; l’invito alla confusa giuria è, dunque, quello di farsi da parte.

Grottesche risultano anche le dichiarazioni del direttore dell’intelligence James Clapper, durante un’interrogazione presso il Senato. L’uomo infatti afferma che la NSA non acquisisce i dati di centinaia di milioni di americani; e se lo fa, non è sua diretta intenzione.

In questo scenario si colloca l’eterea e virtuale presenza del protagonista assoluto, Citizenfour, che, dopo mesi di corrispondenza cifrata, acconsente a un incontro di persona con la regista Laura Poitras. È il primo a dettare condizioni e istruzioni. Data la complessità delle informazioni che le fornirà, le consiglia di portare con sé due giornalisti di rilievo. Uno potrebbe essere Glenn Greenwald. L’incontro avverrà ad Hong Kong il 3 giugno 2013, nel Mira hotel. Per farsi riconoscere avrà tra le mani un cubo di Rubik. Ed è qui che cade il velo, perché la fonte altri non è che Edward Snowden, impiegato senior di 29anni della NSA, ex impiegato per l’intelligence.

 

 

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Le conversazioni di Hong Kong

“Ricordo com’era Internet prima che fosse controllato. Studenti di una qualunque parte del mondo potevano avere uno scambio alla pari, nel quale veniva garantito rispetto per le loro idee e per le loro opinioni. Era tutto libero e senza restrizioni. Abbiamo visto spegnersi tutto questo, in favore di qualcosa in cui la gente è attenta a esprimere le proprie opinioni e scherza sul fatto di finire su una lista, se sostiene una causa politica, o partecipa a una discussione.” [Edward Snowden]

Siamo nel cuore dell’opera, la parte più affascinante, per il tono thrilling del film, e più preoccupante, per le rivelazioni sul programma di spionaggio della NSA.

Un piccolo gruppo di pensatori progressisti si adopera con i propri linguaggi per scagliare un attacco dritto al potere esecutivo americano, sfruttando l’accesso ai grandi media di cui dispone. Ma è soprattutto il racconto di Snowden sulla complessa struttura che sorveglia i cittadini americani e il resto del mondo.

Le interviste si svolgono nell’arco di tempo di una settimana.

Lunedì, 3 giugno 2013

Snowden fa una premessa: non è lui la storia. In una fase iniziale preferirà non rivelare la sua identità, per non adombrare con l’improvvisa curiosità sulla sua persona le notizie che vuole divulgare. Sono diversi i motivi dietro a questo gesto estremo; soprattutto vorrebbe, un po’ idealisticamente, che la rete tornasse ad essere uno spazio di condivisione sicuro, dove venga tutelato lo scambio intellettuale.

Avverte l’alternanza politica come un elemento sempre più irrilevante nella vita politica della nazione. Certi processi di controllo continuano a essere applicati. Sembra quasi che si tratti di governanti e governati, piuttosto che di eletti ed elettori. La critica è indirizzata all’amministrazione Obama, che secondo lui ha tradito i propositi che si era data. Anzi, vengono favorite cose che era stato promesso di ridimensionare: alla NSA è possibile vedere in tempo reale, sui desktop dei dipendenti, le immagini filmate dai droni di sorveglianza; questi non sono come i droni killer, ma consentono la visione della casa di qualcuno, senza sapere di chi si tratti, perché si è privi di contesto, per ore. Il risultato di questa attività sono pagine di informazioni inviate dai droni di vari Paesi, sotto vari nomi in codice. Basta cliccare su quello che si vuol vedere.

Martedì, 4 giugno 2013

Si unisce al gruppo Ewen MacAskill, inviato per conto di “The Guardian” di Londra. Lo specialista della NSA fornisce ai giornalisti i documenti che provano quello di cui parla e ne spiega il funzionamento. Stimolato da una domanda dei reporter, l’informatore spiega di non aver pubblicato i documenti da sé per non essere influenzato dai suoi pregiudizi personali, in merito a cosa divulgare. Si affida a loro, dunque, per la maggior imparzialità a cui sono abituati nel riportare i fatti al pubblico.

La fonte racconta dell’esistenza di un’infrastruttura, negli USA e nel mondo, creata dalla NSA in collaborazione con altri governi, che intercetta tutte le comunicazioni radio, digitali e analogiche. Tutte le comunicazioni tra persone, tramite i dispositivi utilizzati, vengono raccolte e conservate senza uno scopo preciso. Retroattivamente è possibile cercare una comunicazione in base alle credenziali a disposizione. Snowden fa un esempio: se volesse vedere tutte le email di MacAskill, o i messaggi che scambia con la moglie, gli basterebbe usare un selettore, come l’indirizzo mail di MacAskill, gli estremi della sua carta di credito, o una sua password, per identificarlo in modo univoco, o quasi, come individuo. La ricerca può essere più specifica: se lo si desidera, un’informazione potrebbe essere rilevata anche in futuro, dando istruzione al sistema di notificare in tempo reale il manifestarsi della data attività.

L’esperto di intelligence affronta anche l’SSO (Special Source Operation), ovvero l’acquisizione passiva di dati in tutto il mondo tramite rete. I metodi di acquisizione sono diversi, ma la principale risorsa è la collaborazione con le grandi aziende. Si servono anche di multinazionali con sede negli USA che possono obbligare alla collaborazione, o pagare per ottenere l’accesso alle informazioni. È anche un processo bilaterale, con l’appoggio di alcuni governi: le aziende permettono di installare il programma se in cambio vengono forniti loro i dati che raccoglie.

 

 

Infine, Snowden spiega il meccanismo di Tempora, un programma di sorveglianza usato nel Regno Unito, ritenuto, globalmente, come il più invasivo. Si tratta di un programma Full Take, ossia di raccolta di contenuti, oltre che di metadati, su qualunque cosa.

Nel corso della giornata si torna agli argomenti più personali. Il giovane informatore è in apprensione per la sua famiglia, gli amici e la compagna. A nessuno di questi ha raccontato cosa stia facendo, né di essere a Hong Kong. Lo ha ritenuto più sicuro per le loro vite. Tuttavia, è piuttosto scettico sul prosieguo futuro dei suoi legami.

Sei ore dopo l’incontro con Snowden, Greenwald pubblica il primo articolo, che racchiude il contenuto delle prime due giornate di intervista. A finire nel mirino del giornalista è il ‘Patriot Act’, emanato subito dopo l’attentato dell’11 settembre, che conferiva al governo poteri illimitati sull’acquisizione di informazioni su persone il cui livello di sospettabilità era inferiore agli standard tradizionali. La notizia fa il giro del mondo.

Giovedì, 6 giugno 2013

Nella stanza di Snowden l’atmosfera è sospesa e silenziosa, tale da poter quasi percepire i pensieri più intimi. L’informatore è molto preoccupato di non riuscire a rivedere la fidanzata, cui è legato da un rapporto di 10 anni. La polizia della NSA ha programmato un’irruzione in casa sua, dove convivono. Ha suggerito alla compagna di collaborare e mantenere la calma.

Riflettendo su questo risvolto, Greenwald immagina che la reazione della NSA possa essere paranoica e irrazionale, in quanto staranno immaginando gli scenari peggiori. Tuttavia, l’uomo ritiene che non possano andare oltre un certo limite. Inoltre, più sarà grande la platea che raggiungeranno più protezione riusciranno ad ottenere.

 

 

Venerdì, 7 giugno 2013

Viene pubblicato il secondo articolo per il “Washington Post” e per “The Guardian”, che spiega che la NSA e FBI tengono sotto controllo i server centrali delle nove principali aziende del web, come Youtube, Yahoo, Facebook. A essere monitorati sono email, video, foto degli utenti.

Snowden continua ad essere preoccupato per la compagna. Viene a sapere che quel giorno ci sono delle ruspe lungo la strada di casa. Si domanda, con un sorriso amaro, cosa stiano cercando.

Spinto ormai a farsi avanti, per assumere la responsabilità delle rivelazioni, l’impiegato dell’intelligence riflette su quanto sia liberatorio non avere più altra scelta che agire contro tutti. Porta a doversi preoccupare di una cosa alla volta, del singolo passo piuttosto che dell’intero percorso. È più semplice, da un certo punto di vista.

Con Greenwald si discute di come comunicare al pubblico che le rivelazioni sono state rese possibili da una persona, direttamente coinvolta nella materia, per un determinato scopo politico. Il giornalista vuole aspettare ancora a svelare il nome della fonte; l’ideale sarebbe cominciare a presentarla così da stimolare la curiosità generale. Emerge un altro dubbio: così facendo consegneranno Snowden direttamente alle autorità? Il team non è sicuro di quanto tempo occorra agli inquirenti per risalire al suo nome.

La posizione di Snowden si fa pian piano più risoluta: se si facesse avanti subito, con il rischio di essere arrestato, potrebbe lanciare il messaggio di non avere paura di raccontare la verità. I colleghi della NSA, o chiunque sia a conoscenza delle informazioni, potrebbe essere incoraggiato dal suo gesto.

Nel corso della giornata il team filma una prima dichiarazione-confessione di Snowden, nella quale l’uomo racconta qualche cenno della sua biografia, spiega le ragioni che l’hanno spinto a divulgare quello che conosceva, elenca le agenzie dell’intelligence per le quali ha lavorato e le mansioni di cui si è occupato.

 

 

Lunedì 10 giugno 2013

Sui maxi-schermi delle strade di Hong Kong giganteggia il volto serafico di Snowden, ripreso dalla telecamera di Poitras. Ormai l’identità dell’informatore è di pubblico dominio.

Il team si prepara a lasciare la città, ciascuno cerca di capire come muoversi nell’immediato futuro. Naturalmente, la posizione più complessa e imprevedibile è quella di Snowden. Quest’ultimo ci tiene che Greenwald e la Poitras proseguano con il reportage, nonostante quello che gli succederà.

Per evitare i media, che ormai sanno anche qual è il numero della stanza di cui chiedere alla reception del Mira hotel, la location delle riprese si sposta nella stanza di Poitras.

L’ultimo atto delle conversazioni di Hong Kong è l’elaborazione di un piano d’azione per offrire a Snowden una via di uscita. Raggiunto da un avvocato specializzato nella tutela dei diritti umani, l’informatore riceve istruzioni di raggiungere la sede locale dell’UNHCR, così da fare richiesta per ottenere lo status di rifugiato.

 

Andare avanti

Nei mesi che seguono, le strade dei membri del team che ha realizzato lo scoop sulla sorveglianza mondiale si dividono temporaneamente.

Laura Poitras torna a Berlino per procedere con la post-produzione del film, anche se continua a spostarsi durante tutto l’anno seguente per filmare altro materiale.

Glenn Greenwald torna in Brasile e analizza i documenti forniti da Snowden insieme ad alcuni colleghi di testate brasiliane. Studiando, su una mappa che mostra il cablaggio del sistema PRISM con cui vengono raccolti tantissimi dati, appurano che il Brasile figura tra gli stati maggiormente sorvegliati. Nascono una serie di domande: il governo del Paese ne è a conoscenza? Collabora a queste intercettazioni? Se sì, in che misura?

Da Londra, la camera di Poitras ci mostra la sede di “The Guardian”, con i reporter che spacchettano e approfondiscono i documenti di Snowden. C’è parecchio nervosismo nella redazione, il rischio è di ritrovarsi addosso le autorità britanniche da un momento all’altro, se dovessero divulgare l’intero materiale. In uno scambio di messaggi tra Snowden e Poitras si scopre che il giornale ha deciso comunque di pubblicare la storia su Tempora.

Giunto all’aeroporto di Mosca, Snowden vi rimane bloccato per 40 giorni, al termine dei quali riceve l’asilo politico russo valido per un anno.

L’informatore viene rappresentato pro bono da un gruppo di legali internazionali, riunitosi a Berlino per analizzare la sua posizione. Snowden è stato accusato ai sensi di una legge emanata durante la prima guerra mondiale, chiamata ‘Espionage Act’. Le restrizioni penali previste sono molteplici per chiunque condivida informazioni riguardanti la difesa nazionale. Tuttavia, è da tener presente che veniva utilizzata principalmente per perseguire chi collaborava con governi stranieri. Spie dunque, non chi denunciava gli illeciti con lo scopo di favorire l’interesse pubblico; ovvero la motivazione di Snowden nel rivolgersi alla stampa. La linea adottata dagli accusatori di Snowden è quella di togliergli qualsiasi forma di difesa esercitabile, dichiarandolo una spia. Naturalmente si tratta di una questione politica, più che giuridica.

Si passa alla reazione dell’esecutivo americano. Tramite uno scambio di messaggi con la regista, Snowden rivela di aver saputo da fonte certa che l’FBI ha ricevuto l’autorizzazione per collaborare con la CIA, in associazione a partner stranieri, incluso il Regno Unito, per scoprire i suoi piani e localizzare chiunque sia in contatto con lui. In una conferenza dalla Casa Bianca, Obama dichiara che aveva richiesto una revisione accurata delle misure di sorveglianza prima che Snowden facesse le sue rivelazioni. Avrebbe preferito, come tutti gli americani probabilmente, un riesame regolare di tutte le leggi, e un ponderato dibattito basato sui fatti, che avrebbe aiutato a migliorare le cose.

La nota positiva con cui si chiude questa parte è nel ricongiungimento di Snowden e della sua compagna, che avviene a Mosca a luglio 2014.

 

Un epilogo incerto

Il team di Hong Kong si riunisce a Mosca. Snowden dà il suo parere su una nuova indagine che Greenwald sta conducendo con la guida di un informatore segreto. Quest’ultimo deve prendere tutte le precauzioni possibili, ma il coraggio che sta dimostrando, data la portata della faccenda, lascia senza parole Snowden. Il team comunica tramite bigliettini di carta, scritti a penna. Non si vogliono rilasciare informazioni che possano essere ascoltate. La camera di Poitras riesce a intercettare tra i vari appunti due note: “Le incursioni con i droni avvengono tramite una base aerea a Ramstein in Germania. Il governo tedesco nega”; “Si parla di circa un milione e 200mila persone coinvolte, a diversi livelli, che sono sulla loro lista di sorveglianza”.

In conclusione, la capacità dimostrata da Laura Poitras è di possedere una sorta di istinto, che pochi documentaristi possiedono: saper fiutare una grande storia, ed avere l’abilità, con l’aiuto della fortuna, di essere nel posto e nel momento giusto per raccontarla. Citizenfour ci parla di un uomo che emerge dall’anonimato per condividere con il mondo intero ciò che non riesce più a gestire interiormente. Perché la videosorveglianza di massa è un tema che riguarda tutto il mondo e, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più conservatori, è legittimo che la popolazione sia interrogata a riguardo. Su questioni di tale importanza non è giusto che pochi decidano per tutti.

Vincenzo Borsellino

Sceneggiatore esordiente, appassionato di Cinema da sempre

 

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