In fuga dal dolore cronico grazie alla Virtual Reality

Lì dove hanno fallito anche gli antidolorifici, potrebbe venire in aiuto dei pazienti la realtà virtuale. Tra scenari idilliaci, esercizi di meditazione e sessioni di yoga, si punta su distrazione e pensieri positivi

 

 

Convivere con il dolore cronico, ossia un dolore che si protrae per più di tre mesi, è un incubo che interessa milioni di persone ogni anno. Che si tratti di ustioni, tumori o danni al sistema nervoso, l’unica soluzione efficace, fino a pochi anni fa, sembrava una sola: il ricorso massiccio all’uso di antidolorifici e, nei casi più gravi, di oppioidi. Con tutte le conseguenze del caso sulla salute fisica, mentale e relazionale dei pazienti.

Lo sviluppo di sistemi di realtà virtuale, però, potrebbe rivoluzionare questo panorama. Infatti, nel mondo sono numerose le strutture sanitarie che hanno iniziato a sperimentare dispositivi VR con il fine di “distrarre” e far rilassare quei degenti alle prese con dolori cronici, derivanti, ad esempio, da interventi chirurgici, travaglio o trattamenti anticancro.

 

 

Ascolta anche: Elettrodi impiantabili contro il dolore cronico

 

 

Di solito, gli ambienti virtuali riproducono ambientazioni naturali che suscitano un senso di pace e tranquillità in chi li esperisce, come paesaggi di montagna, cieli sereni e valli dove scorrono ruscelli. Il tutto viene spesso accompagnato non solo da suoni rilassanti come lo scorrere dell’acqua e il cinguettio degli uccelli, ma anche da una voce narrante che aiuta gli utenti a eseguire esercizi di respirazione e a mettere da parte i pensieri negativi.

Non mancano poi vere e proprie lezioni di meditazione guidata e yoga da eseguire in ambiente virtuale, così che il paziente possa sentirsi il più possibile a suo agio, in spazi fisici a lui familiari e lontano da fonti di stress.

 

 

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Ovviamente si tratta di interventi palliativi che non risolvono il problema alla radice, ma i benefici sulla salute psico-fisica dei pazienti sono più che incoraggianti. Ad esempio, un recente studio condotto dallo Spaulding Rehabilitation Hospital, istituto affiliato alla prestigiosa Harvard University, ha analizzato gli effetti dell’impiego di un dispositivo VR per la lombalgia cronica, chiamato RelieVRx, su 179 persone.

La metà del panel ha utilizzato un dispositivo VR tridimensionale, mentre l’altra metà ha avuto accesso ad un visore “vecchio stile” che riproduceva un ambiente bidimensionale. Dopo otto settimane di trattamento, i livelli di dolore si sono ridotti di oltre la metà nel 46% dei partecipanti che usava il dispositivo VR rispetto al 26% dell’altro gruppo.

 

 

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Sembra, inoltre, che la Virtual Reality possa trovare applicazioni anche nella cura di quei disturbi che implicano risvolti sociali particolarmente invalidanti come l’agorafobia, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), gli attacchi di panico, la demenza e il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC).

Certo non mancano i rischi, in primis quello di creare un “paradiso” alternativo dove rifugiarsi ogni qualvolta il dolore appare insopportabile, tagliando del tutto i ponti con la realtà circostante e magari abbandonando le terapie riabilitative e le cure farmacologiche. Ecco perché la probabile estensione della sperimentazione dagli istituti di cura alle abitazioni private non fa dormire sonni tranquilli a caregiver, medici e decisionmakers.

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