Smart Working in Italia. Le opportunità inespresse

Inapp: “Solo il 14,9% degli occupati in Italia svolge parte delle attività in modalità lavoro da remoto.

 

 

Il lavoro agile, o Smart Working, è uno dei trend emergenti nel mondo del lavoro negli ultimi anni. Tuttavia, in Italia, nonostante il boom del 2020, sembra che l’adozione di questa modalità sia rallentata e che ci siano opportunità inespresse che aspettano solo di essere colte. Secondo le ultime analisi condotte dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), infatti, “solo il 14,9% degli occupati in Italia svolge parte delle attività in modalità lavoro da remoto“. Questo tasso è stato notevolmente influenzato dalla pandemia da Covid-19, che ha spinto il nostro Paese a passare dal 4,8% di telelavoratori nel 2019 al 13,7% nel 2020.

Da quel momento, però, il tasso di crescita si è affievolito, dimostrando che molte aziende italiane non hanno sfruttato appieno l’occasione per creare delle solide condizioni di Smart Working, considerando che la percentuale di telelavoratori, secondo Inapp, potrebbe arrivare fino al 40%.

Perché ci siamo fermati?

 

 

Approfondisci: Il lavoro ibrido

 

 

Inapp evidenzia il divario tra PMI e grandi imprese

Nel settore privato extra-agricolo, le dimensioni delle aziende influenzano notevolmente la possibilità di adottare il lavoro da remoto. Nelle realtà con meno di cinque dipendenti, “l’84% dei lavoratori svolge mansioni che richiedono la presenza fisica”. Tuttavia, questo numero si riduce man mano che l’azienda cresce, “con il 56,4% delle aziende medie (50-249 dipendenti) e il 34,2% delle grandi aziende (oltre 250 dipendenti) che hanno adottato questa modalità di lavoro”. Sorprendentemente, però, nel 2021 solo il 13,3% delle aziende ha sperimentato il lavoro agile.

 

 

Leggi anche: Un lavoro 100% da remoto. Pro e contro

 

 

Questi dati rivelano chiaramente che l’opportunità del lavoro da remoto in Italia ha incontrato più di una resistenza. A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca. Infatti, i dati non dovrebbero stupire, se si parte dal presupposto che casi di straordinari non pagati e presenzialismo a tutti i costi sono all’odine del giorno (se non addirittura guardati con rispetto).

Le aziende non hanno ancora abbracciato completamente la soluzione dell’Hybrid Work, che, secondo diversi studi, porterebbe ad aumentare la produttività aziendale e il benessere del personale.

 

 

Leggi anche: Il report di Enea dice che lo Smart Working fa bene all’ambiente

 

 

Un problema nel problema: il Gender Gap

Un altro aspetto rilevante riguarda il Gender Gap nel contesto del lavoro da remoto. Secondo le analisi di Inapp, “le professioni che più facilmente possono adottare il lavoro da remoto coinvolgono principalmente laureati, dipendenti di grandi aziende, il settore dei servizi e il pubblico. Inoltre, le donne e i residenti del Nord Ovest e del Centro Italia presentano incidenze leggermente superiori alla media delle professioni telelavorabili“.

Tuttavia, emerge anche una differenza di genere nell’approccio al telelavoro, “con gli uomini che apprezzano maggiormente l’autonomia, mentre le donne esprimono preoccupazioni riguardo alle prospettive di carriera, ai diritti e alle tutele sindacali, nonché al controllo da parte del datore di lavoro“.

In conclusione, sembra proprio che lo Smart Working non abbia tirato fuori la parte migliore della nostra società, ma abbia piuttosto reso visibili i limiti strutturali che impediscono una modalità di lavoro più bilanciata e felice. Il 2024 sarà migliore?

 

Ascolta il nostro podcast: La rete non ci salverà. Violenza digitale di genere e discriminazioni algoritmiche

Francesca Ponchielli

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