Perché preferiamo chattare con l’AI anziché guardarci negli occhi?

In che modo l’era digitale sta trasformando il nostro modo di amare? Da Stranger Things ai Chatbot Companion: una riflessione sul fenomeno delle relazioni umano-AI, tra nostalgia per l’autenticità e nuove forme di intimità digitale

 

Quando penso a Stranger Things, non mi vengono in mente soltanto a demogorgoni e corse in bicicletta. Vedo un mondo che sembra, ai nostri occhi contemporanei, stranamente più vero di tante relazioni moderne. C’è un termine che mi torna in mente, anemoia: la nostalgia per un tempo che non abbiamo vissuto, ma che percepiamo come più autentico.

Questo neologismo, coniato da John Koenig nel suo progetto The Dictionary of Obscure Sorrows (2012), non è un concetto psicologico in senso scientifico, ma descrive efficacemente un fenomeno culturale che molti riconoscono: quella sensazione nostalgica per un’epoca mai vissuta. Un sentimento particolarmente potente quando si parla degli anni ’80, un decennio diventato simbolo di un’esistenza più analogica, per così dire, e autentica.

La serie Netflix ha saputo sfruttare magistralmente questa nostalgia. Come osserva William Sharp, Professore di Psicologia alla Northeastern University, Stranger Things utilizza i riferimenti agli anni ’80 per ancorare l’horror a qualcosa di familiare: “C’è una nostalgia per qualcosa che non abbiamo più”, come walkie-talkie, biciclette dai sellini alti lasciate nei vialetti, conversazioni faccia a faccia. Ma oggi questa nostalgia si scontra con una realtà completamente diversa, un mondo in cui relazioni significative possono nascere dentro algoritmi e intelligenze artificiali generative.

Quando ho letto della fan della serie che ha costruito una relazione sentimentale con un’AI ispirata a Joe Keery, non mi ha fatto sorridere. Ho provato inquietudine, perché questo caso rappresenta l’emergere di un fenomeno più ampio, sebbene non ancora così diffuso.

Tuttavia, negli ultimi anni, i casi apparentemente estremi sono diventati meno rari. Poco più di un anno fa, una donna giapponese di 32 anni, Yurina Noguchi (che usa lo pseudonimo Kano), ha celebrato una cerimonia di matrimonio con un partner creato tramite ChatGPT, visualizzato con occhiali di realtà aumentata, Lune Klaus Verdure. Ve la ricordate? La cerimonia, tenutasi a Okayama a ottobre 2024, non ha valore legale ma è stata documentata da Reuters, Sky e altre testate internazionali, generando un dibattito globale sull’etica delle relazioni umano-AI.

Non è un caso isolato. Rosanna Ramos, madre single di 36 anni di New York, ha ‘sposato’ virtualmente già nel 2023 Eren Kartal, un compagno AI creato con l’app Replika. La sua storia è stata riportata da diverse testate, dal Daily Mail all’Euronews, passando per il South China Morning Post (anche noi ne avevamo parlato qui).

Altri racconti mostrano uomini e donne che hanno integrato l’AI nelle loro relazioni esistenti – a volte come sostegno, a volte come sostituto – in contesti conflittuali o di crisi che richiederebbero piuttosto un supporto psicologico. Ma cosa ci dice la Scienza? La Ricerca accademica sta iniziando a fornire risposte… e si sta ponendo domande difficili, facendo emergere un quadro complesso.

Uno studio del MIT Media Lab (Liu et al., 2024) ha esaminato 404 utenti regolari di Chatbot Companion, scoprendo un paradosso: mentre l’uso dei chatbot non predice direttamente la solitudine, lo studio ha identificato sette profili distinti di utenti, da “utenti socialmente soddisfatti e dipendenti” a “utenti soli e dipendenti”, dimostrando che i Chatbot Companion possono sia migliorare che potenzialmente danneggiare il benessere psicologico a seconda delle caratteristiche dell’utente.

 

 

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Julian De Freitas e colleghi della Harvard Business School (2024) hanno trovato risultati apparentemente opposti: gli AI Companion riducono effettivamente la solitudine, paragonabili solo all’interazione con un’altra persona e più efficaci di attività come guardare video su YouTube. Il fattore chiave è il sentirsi “ascoltati” dal chatbot, cosa più importante delle sue performance tecniche.

Ma uno studio massiccio su oltre 1.100 utenti (Zhang et al., 2025) dipinge un quadro più preoccupante: le persone con reti sociali più piccole cercano più spesso i chatbot, e un’elevata auto-rivelazione emotiva all’AI è consistentemente associata a minore benessere. L’uso giornaliero intenso viene correlato a maggiore solitudine, dipendenza e ridotta socializzazione nel mondo reale.

La Ricerca psichiatrica ha documentato casi in cui l’engagement intenso con chatbot AI ha contribuito a pensieri deliranti o ideazione suicidaria, quello che i ricercatori descrivono come “folie à deux tecnologica” (Dohnány et al., 2025).

Un altro studio ha dimostrato che coloro che avevano osservato il comportamento di un robot umanoide erano più propensi a disumanizzare successivamente gli esseri umani, mostrando maggiore disponibilità a tollerare il maltrattamento di lavoratori (Kim e McGill, 2023).

 

 

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Ma perché sto riportando tutti questi studi (che trovate citati in fondo all’articolo)?

Perché spero che qui il contrasto con Stranger Things sia diventato più chiaro. La serie parla di un tempo e di un modo di stare insieme: amicizie costruite in presenza, conflitti gestiti face to face. Relazioni immediate e non mediate, che molti percepiscono come più autentiche.

E c’è un altro dettaglio che non sfugge: i colori. Uno studio del Science Museum Group britannico (2020) ha analizzato oltre 7mila oggetti dal 1800 ad oggi, scoprendo che proprio dopo gli anni ’80, è iniziato un progressivo “declino verso il baratro grigio”, il cosiddetto “greying“. Dalle auto alle pareti domestiche, il mondo si è via via tinto di grigio.

 

ai relazioni stranger things

 

Così come siamo diventati meno colorati, siamo diventati anche meno inclini alla prossimità, all’altro. Il grigio è neutro, non è un colore che sorprende. Esattamente come un chatbot, programmato per non deluderci mai.

Voglio fare un piccolo inciso, perché dobbiamo essere onesti: tutta questa nostalgia può essere ingannevole! In particolare con l’ultima stagione della serie Netflix, c’è stato un vero e proprio inno agli anni ’80, come fossero stati gli anni migliori in assoluto. Un qualcosa cui aspirare, dove sperare di ritornare. Ma gli anni ’80 non sono stati solo colori vivaci e strade sicure; era anche l’epoca dei tagli reaganiani ai servizi di salute mentale, che crearono un’epidemia di senzatetto, della crisi dell’AIDS ignorata per anni, della “Satanic Panic”, che portò a processi ingiusti in tutti gli Stati Uniti. La nostalgia, lo sappiamo bene, opera in modo selettivo: ricorda i momenti felici e dimentica il contesto più ampio.

Eppure, culturalmente e psicologicamente, continuiamo a dare valore a quell’epoca. Gli studi sul marketing della nostalgia mostrano che i consumatori della Gen Z, nati dopo il 1996, praticano quello che i ricercatori chiamano il riconsumo compensatorio: si immergono nella cultura pop degli anni ’80 per far fronte a una nostalgia per un periodo che non hanno vissuto (van Laer e Orazi, 2022).

 

 

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Probabilmente ho divagato un po’. Per tornare al tema delle relazioni e dei matrimoni, preferisco scriverlo chiaramente: la realtà è che sposare un chatbot rimane un fenomeno estremamente raro. Non stiamo assistendo a un’epidemia di matrimoni umano-AI, ma all’emergere di nuove forme di interazione tecnologica che pongono diverse domande etiche.

Queste dinamiche sono state esplorate anche nella narrativa. In una serie Netflix di qualche anno fa, My Holo Love, la protagonista sviluppa una relazione con un ologramma AI progettato per essere il partner ideale. Puntata dopo puntata, la serie si rivela una riflessione su come ci relazioniamo a presenze non umane che sembrano capirci.

Dal punto di vista antropologico, infatti, i chatbot sono nuove forme dell’altro con cui costruiamo significato. In passato c’erano spiriti, divinità; oggi ci sono chatbot che imparano i nostri desideri e rispondono alle nostre vulnerabilità.

Questo richiama l’esperimento della “stanza cinese” di John Searle (1980). Perché cerchiamo comprensione in sistemi progettati per modellarsi sui nostri desideri? E cosa dice questo di noi?

 

 

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Forse, le AI stanno solo mettendo a nudo quanto desideriamo essere capiti. Essere visti.

Se ci pensiamo, le ricerche che vi ho citato, alla fin fine, mostrano che le relazioni con AI non esistono solo online. Si intrecciano con le nostre relazioni umane “reali” analizzando questo o quel comportamento, raccontano di fragilità psicologiche mentre chiediamo se siamo “normali”, se ciò che pensiamo sia o meno giusto e condivisibile, raccontano le nostre solitudini.

Questo ci ricorda che l’esperienza relazionale più difficile e più preziosa è sempre quella che si costruisce nella complessità del mondo reale.

Personalmente, non mi interessa sapere se in futuro saremo davvero in grado di amare, nel senso più puro del termine, un’intelligenza artificiale. Magari sì.

Quello che mi preme capire è cosa ci spinge a cercare questo stesso amore in sistemi progettati proprio sui nostri desideri. Perché questo bisogno è così forte? Perché vogliamo essere amati da un’AI anziché da una persona? Forse, perché fa meno male.

 

Visto il lavoro svolto per la ricerca delle fonti, mi sembra doveroso lasciarvele qui di seguito. Come si faceva “un tempo”, a proposito di nostalgia.

 

De Freitas, J., Uğuralp, A. K., Uğuralp, Z., & Puntoni, S. (2024). AI Companions Reduce Loneliness. Harvard Business Working Paper No. 24-078. Pubblicato anche nel Journal of Consumer Research (2025).

Dohnány, G., et al. (2025). Technological folie à deux: psychiatric cases of AI chatbot relationships. arXiv.

Fang, C. M., Liu, A. R., Danry, V., Lee, E., Chan, S. W. T., Pataranutaporn, P., Maes, P., Phang, J., Lampe, M., Ahmad, L., & Agarwal, S. (2025). How AI and human behaviors shape psychosocial effects of extended chatbot use: A longitudinal randomized controlled study. arXiv preprint arXiv:2503.17473.

Kehe, D. (2022, 27 maggio). “Stranger Things” and the frustrations of Gen X’s ’80s nostalgia habit. Salon.

Kim, T, & McGill, A. L. (2023). Anthropomorphizing the Object, Dehumanizing the Person. Journal of Consumer Psychology.

Koenig, J. (2012-2014). The Dictionary of Obscure Sorrows. Progetto artistico-letterario online.

Liu, A. R., Pataranutaporn, P., & Maes, P. (2024). Chatbot Companionship: A Mixed-Methods Study of Companion Chatbot Usage Patterns and Their Relationship to Loneliness in Active Users. arXiv preprint arXiv:2410.21596. Pubblicato anche in AAAI/ACM Conference on AI, Ethics, and Society (2025), 8(2), 1585-1597.

Relidzyńska, A. (2021). Anthropocene nostalgia for the 1980s in Netflix’s Stranger Things. European Journal of American Culture, 40(3), 233-247.

Searle, J. (1980). Minds, brains, and programs. Behavioral and Brain Sciences, 3(3), 417-457.

Sharp, W., Lu, K., & Kaluzeviciute, G. (2022). Stranger Things and psychoanalysis. Northeastern University News, luglio 2022.

Sleeman, C. (2020, 8 ottobre). Colour & shape: Using computer vision to explore the Science Museum Group Collection. Science Museum Group Digital Lab.

van Laer, T., & Orazi, D. C. (2022). How Stranger Things is fueling an obsession with the 1980s. Fast Company, luglio 2022. Originalmente pubblicato su The Conversation.

Zhang, Y., Zhao, D., Hancock, J. T., Kraut, R., & Yang, D. (2025). The Rise of AI Companions: How Human-Chatbot Relationships Influence Well-Being. arXiv preprint arXiv:2506.12605.

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