La nuova voce del menu di LinkedIn “sembra contenuto IA scadente” ha già cambiato la visibilità di migliaia di post, ma chi decide cos’è davvero AI Slop?
A partire dal 30 luglio, LinkedIn ha introdotto una nuova voce nel menu contestuale (i tre puntini) dei post: “sembra contenuto IA scadente”. Da quel momento gli utenti possono segnalare in un clic i contenuti che percepiscono come generati artificialmente e privi di reale valore. Il bilancio, comunicato dal Chief Product Officer Hari Srinivasan a metà agosto, parlava già di oltre un milione di segnalazioni e di un calo di circa il 40% nelle visualizzazioni dei post classificati internamente come AI Slop.
Non si tratta di una funzione isolata: LinkedIn ha spiegato di aver rafforzato in parallelo le difese contro l’automazione, bloccando ogni giorno centinaia di migliaia di tentativi di commenti automatizzati, e di aver ritirato “enhance your post”, strumento che riscriveva i testi con l’AI, sostituendolo con un correttore di bozze che non dovrebbe alterare la voce dell’autore. Inoltre, LinkedIn ha annunciato che testerà una notifica privata, visibile nella dashboard delle statistiche, che avviserà chi pubblica quando il proprio post viene percepito come poco autentico o troppo dipendente dall’intelligenza artificiale.
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Cosa intende davvero LinkedIn per “slop”
Il termine può trarre in inganno: la piattaforma non vuole colpire chiunque usi ChatGPT o Claude per scrivere, ma punta a ridurre la visibilità di contenuti generici, costruiti per attirare engagement, privi di esperienza diretta o punto di vista personale. Secondo quanto dichiarato da LinkedIn, la segnalazione non equivale a una violazione delle regole della piattaforma – non è paragonabile a una denuncia di spam o di contenuti illegali – e un singolo feedback non basta a modificare la distribuzione di un post. Il sistema combinerebbe centinaia di segnali diversi prima di intervenire.
Il contesto in cui nasce questa mossa non è casuale: un’analisi di Pangram diffusa a inizio luglio stimava che circa il 41% dei post lunghi e il 30% di quelli brevi su LinkedIn fosse generato con l’AI, mentre “slop” è stata scelta da Merriam-Webster come parola dell’anno 2025, a indicare quanto il fenomeno sia ormai percepito come un problema diffuso, non solo sui social.
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Restano, però, alcuni aspetti poco chiari. Non è noto quante segnalazioni siano necessarie prima che un avviso compaia nelle statistiche di un post, né se l’autore possa contestare la classificazione. I criteri usati dagli algoritmi non sono pubblici e non è dato sapere se funzionino con la stessa accuratezza in tutte le lingue o in tutti i settori professionali. Il rischio, sollevato da più osservatori, è che chi scrive in una lingua non madre appoggiandosi a un traduttore, o chi adotta per natura un registro aziendale standardizzato, venga penalizzato senza che il proprio contenuto sia davvero “artificiale”.
C’è poi un tema di coerenza: LinkedIn appartiene a Microsoft, che ha un interesse finanziario diretto nel successo dell’intelligenza artificiale generativa, una contraddizione che diversi commentatori non hanno mancato di sottolineare, proprio mentre la piattaforma continua a integrare funzioni AI in altre parti del prodotto.
Fonti: TechCrunch, Social Media Today, The Register, Engadget, HR Dive.






