Cosa racconta il caso BBC-Daily Telegraph e perché ci riguarda

Il Presidente statunitense Donald Trump ha minacciato di fare causa alla BBC chiedendo un risarcimento fino a cinque miliardi di dollari

 

 

Quasi un anno fa, prima delle elezioni presidenziali statunitensi che hanno proclamato vincitore Donald Trump, la maggiore televisione inglese, la BBC, aveva trasmesso un documentario dal titolo “Trump a Second Chance“.

In una scena del film, andato in onda all’interno della rubrica “Panorama”, si vede il Presidente USA il 7 gennaio del 2021 mentre incita i suoi sostenitori a dirigersi verso Capitol Hill, cioè la sede del Congresso che fu presa d’assalto dopo la sconfitta di “The Donald” a opera di Joe Biden.

Ora, però, il quotidiano britannico Daily Telegraph ha scoperto che quelle immagini sarebbero state montate ad arte, perché nel video si vede Trump che li spinge a “combattere come matti”, ma è stata omessa una parte del discorso in cui esortava i suoi sostenitori a “far sentire la propria voce in modo pacifico e patriottico”.

 

 

Ascolta anche: Fact Checking Vs Community Notes, quale via per limitare la disinformazione?

 

 

In seguito alle rivelazioni del quotidiano conservatore, i vertici della British Broadcasting Corporation, cioè il direttore Tim Davie, e la responsabile del Dipartimento Informazione, Deborah Turnes, hanno rassegnato le dimissioni. Ma la questione ha avuto ripercussioni inevitabili oltre Oceano.

Il Presidente statunitense ha minacciato di fare causa per diffamazione alla BBC chiedendo un risarcimento da uno a cinque miliardi di dollari, scuse pubbliche, pentimenti ufficiali, un modo per colpire sia le casse che l’autorevolezza dell’emittente.

Il comunicato e la lettera personale del Presidente della società, Samir Shah, in cui si dice dispiaciuto e rammaricato di quanto accaduto, evidentemente, a Trump, non è bastato. Quello che è certo che per la presunta manipolazione del video, finora, hanno pagato soltanto i  vertici editoriali della radiotelevisione britannica.

 

 

Ascolta anche: Chi risponde quando l’AI sbaglia? Dentro le redazioni, tra nuove pratiche e leggi europee

 

 

Trump ha definito la storica emittente, che ha reti televisive e radiofoniche, prodotti digitali e uffici in quasi 60 Paesi e opera in oltre 40 lingue, “100% fake news”, e ha minacciato una causa miliardaria se il documentario non verrà rimosso entro il mese di novembre, con delle scuse ufficiali e dietro il pagamento di un indennizzo.

Tuttavia, se questa vicenda si innesta nella crisi del giornalismo britannico, dove recenti errori e cattive gestioni di problemi interni della BBC rischiano di comprometterne l’immagine e la credibilità in un contesto di maggiore polarizzazione, è certo che la questione riguarda, più in generale, i media tradizionali di tutto il mondo.

In Italia, per esempio, la crisi del giornalismo è dovuta a molti fattori: il calo delle vendite della carta stampata, la diminuzione degli spazi pubblicitari, la perdita di fiducia dei lettori e la precarizzazione del lavoro. A cui forse oggi si aggiunge un ulteriore fattore, l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Tutte condizioni che hanno portato il Belpaese a raggiungere il 49° posto nel mondo per la libertà di stampa.

 

Ascolta anche: Immigrazione e polarizzazione, il filtro che cambia lo sguardo

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