Il caso Schettini e gli insegnanti su TikTok: innovazione didattica o sfruttamento della classe?

Il caso Schettini ha riaperto un dibattito che la Scuola italiana non riesce ancora ad affrontare davvero: cosa succede quando un’aula pubblica diventa un set per influencer? Tra etica, algoritmi e diritto allo studio, parliamo dell’ascesa dei docenti-influencer e il rischio di trasformare la conoscenza in un business

 

Il fenomeno dei TeacherToker, gli insegnanti che usano TikTok e Instagram per creare contenuti virali spesso registrati in classe, non è più una curiosità di nicchia. È un ecosistema strutturato, con i suoi codici e le sue star. E in Italia ha trovato un caso-simbolo attorno a cui si è concentrato tutto il disagio che questo fenomeno produce: Vincenzo Schettini, Professore di Fisica pugliese con milioni di follower, libri pubblicati con Mondadori Electa, uno spettacolo teatrale in tour per l’Italia e il progetto La Fisica che ci piace, che ha trasformato la divulgazione scientifica in un brand. Un successo che è difficile non rispettare. E che è altrettanto difficile non interrogare.

La scintilla dell’ultima polemica è arrivata dal podcast Basement (Passa dal BSMT) di Gianluca Gazzoli, dove Schettini ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno rapidamente polarizzato il dibattito online. La prima: che la Scuola del futuro sarà fruita sempre più online, che molti docenti lavoreranno part-time per proporre contenuti a pagamento, e che non vede ragioni per cui la buona Cultura non debba essere messa in vendita come qualsiasi altro prodotto. Su Open Online e Orizzonte Scuola, già nelle prime ore, la frase è stata rilanciata con un certo sconcerto e la giornalista Luisella Costamagna, su X, ha ricordato abbastanza seccamente che la Scuola pubblica è un diritto garantito dalla Costituzione agli articoli 33 e 34, non un modello di business.

La seconda dichiarazione del Prof. Schettini, ancora più “strong” (se possibile!), e che trovo più difficile liquidare come fraintendimento, è che ai tempi delle sue prime live su YouTube, quando aveva pochissimi iscritti, “costringeva” i suoi studenti a seguirle, minacciando interrogazioni sul contenuto il giorno dopo. Di seguito le sue parole esatte, dette col sorriso. “Io dicevo ai ragazzi ‘oggi pomeriggio devo fare la live su YouTube’. Intanto questi dicevano: ‘Non posso, ho mia nonna in ospedale’. E io dicevo: ‘Domani interrogo'”. Poco dopo è riemerso un vecchio video in cui prometteva voti migliori alla prossima verifica in cambio di partecipazione alle dirette. La giornalista Grazia Sambruna è stata tra le prime a documentarlo e diffonderlo. Ne ha scritto anche Lucy sulla Cultura, che ha allargato la prospettiva al fenomeno più generale degli insegnanti-influencer italiani.

 

 

Ascolta anche: Il trattamento dei dati tra necessità di trasparenza, intelligibilità e accessibilità

 

 

La domanda che continua a girare nel dibattito pubblico, sollevata tra le altre dall’insegnante Laura Fabris (@laprofdiscienze su Instagram), è la seguente: un’aula scolastica pagata dal MIUR può diventare il set di contenuti che generano sponsorizzazioni? Ma, soprattutto, la domanda che anche la sottoscritta si è posta di più in questi giorni: il tempo scolastico è monetizzabile da chi lo occupa come dipendente pubblico? Perché, parliamoci chiaramente, un conto è utilizzare il proprio tempo libero come uno meglio crede; anche sfruttando la cassa di risonanza dei social, perché no! Un’altra cosa, invece, è sfruttare il tempo pagato da tutti e tutte noi per generare profitto privato.

La Ricerca accademica, nel frattempo, ha iniziato a produrre dati. E io ho cercato di scavare un po’ più a fondo rispetto a questo fenomeno.

Lo studio più autorevole che ho trovato sul tema è quello di Arantxa Vizcaíno-Verdú e Crystal Abidin, pubblicato nel 2023 su Teaching and Teacher Education, autorevole rivista Q1 su Scopus. Le ricercatrici analizzano il TeachTok come fenomeno di micro-celebrificazione: docenti che costruiscono comunità fedeli mescolando didattica, umorismo e vita quotidiana in classe. L’hashtag #TeachersOfTikTok ha superato gli undici miliardi di visualizzazioni. Quello che emerge dallo studio non è però un ritratto tutto positivo: gli insegnanti analizzati dedicano in media due ore al giorno alla piattaforma e la pressione algoritmica, con una spinta costante a ottimizzare il contenuto, a sembrare autentici, produce quello che le ricercatrici chiamano Emotional Labor, un lavoro emotivo aggiuntivo che si accumula su professioni già logorate. Inoltre, bisogna sottolineare che ogni scelta editoriale che un insegnante fa su una piattaforma come TikTok, per esempio cosa inquadrare o cosa tagliare di un discorso, viene ricalibrata in funzione dell’algoritmo e non più della didattica. Le due cose possono coincidere, certo. Ma non sempre.

Un lavoro successivo dell’Università di Louisville, una tesi di dottorato del 2025, ha analizzato 400 video e condotto 12 interviste in profondità: emerge che gli studenti vengono spesso usati come props, elementi scenici che certificano l’autenticità del contenuto. Quasi sempre sono minorenni e quasi mai è stato chiesto il consenso esplicito, né a loro, né ai genitori.

È qui che penso a Miss Jean Brodie, protagonista del romanzo di Muriel Spark edito in Italia da Adelphi. La storia è ambientata nell’Edimburgo degli anni Trenta: Miss Brodie è la Professoressa più affascinante e carismatica della Marcia Blaine School, una donna di Cultura, dalle passioni forti e dal carisma schiacciante. Individua un gruppo ristretto di studentesse (le sue “prescelte”) e le plasma a propria immagine, le coinvolge nelle sue vicende sentimentali, nelle sue idee politiche. È convinta, in perfetta buona fede, di star facendo il loro bene. Di offrire loro qualcosa che la Scuola ordinaria non potrebbe mai dare. Nessuna delle ragazze, però, ha scelto davvero di stare in quel ruolo. Lo squilibrio di potere tra docente e alunna rende quella scelta impossibile da definire libera.

Sostituendo Edimburgo con un’aula italiana e la signorina Brodie con un Professore che punta l’obiettivo sui suoi studenti mentre spiega la Fisica, la struttura del problema non cambia molto. E il caso Schettini lo rende esplicito in un modo che nessuna analisi accademica sarebbe riuscita a fare altrettanto efficacemente: se la tua presenza nella live del pomeriggio incide sul voto all’interrogazione del mattino dopo, in che senso stiamo parlando di una scelta? Può mai essere deontologicamente ed eticamente corretto? 

Non penso proprio.

 

 

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E c’è un’altra questione: il docente-influencer che appare sui social come figura illuminata e amata dai ragazzi crea un’immagine pubblica di sé che il singolo studente, in classe, non può contraddire senza conseguenze. Chi si sottrae alla ripresa? Chi chiede di non apparire, quando farlo significherebbe segnalarsi come l’unico a farlo, davanti a un Professore da cui dipende la propria valutazione?

Lo studio di Louisville documenta che più della metà degli insegnanti analizzati ignora le policy scolastiche sulla privacy degli studenti. Non per malafede, probabilmente, ma per un buco normativo che i Ministeri dell’Istruzione non hanno ancora deciso di colmare. Nel frattempo i contenuti continuano a proliferare, costruendo intorno a tutto questo una patina di normalità sempre più spessa. Più video circolano, più la prassi si consolida, più chi la mette in discussione sembra stare fuori dal tempo. Ma cosa farà mai di male un Professore bravo che insegna anche sui social? Anzi, è al passo con i tempi. No, non è proprio così che funziona. La familiarità con una pratica non è una valutazione etica di quella pratica.

Oltre il cortocircuito etico, esiste un perimetro legale molto rigido che spesso viene ignorato nella frenesia di un “post”. Di seguito, un approfondimento a cura dell’Avv. Sergio Aracu, Business Privacy Lawyer e Founding Partner di Area Legale Srl, nonché speaker del nostro podcast A Little Privacy, please!:

 

 

Le parole di Aracu chiariscono perché la prassi di coinvolgere i ragazzi nei video, spesso senza un consenso formale dei genitori, sia un terreno scivoloso. Come sottolineato nell’audio, la pubblicazione di immagini di minori richiede un consenso che in Italia può essere espresso solo da chi esercita la responsabilità genitoriale. Il rischio di non conformità legale diventa altissimo quando il consenso viene sollecitato direttamente dal docente, specialmente se legato a dinamiche di “premio o punizione” scolastica, che ne annullano la necessaria libertà.

E in effetti, il Professore (come da lui stesso dichiarato durante l’intervista, e come risulta da diversi video ancora online) chiedeva espressamente agli studenti di partecipare alle sue live su YouTube, commentare, segnarsi addirittura il numero di interventi, per poter ricevere dei voti in più. Tutto questo, lo ribadiamo, avveniva fuori dall’orario scolastico ma con un impatto diretto sul registro.

Questa dinamica trasforma lo studente da discente a ingranaggio di una strategia di Marketing; la partecipazione dei ragazzi diventa materia prima per produrre sempre più contenuti, generare engagement e scalare l’algoritmo.L’aula smette di essere un luogo di crescita protetto (!) e diventa praticamente una catena di montaggio.

Questa immagine, da subito, mi richiama prepotentemente la letteratura.

Charles Dickens, in Tempi difficili, descriveva la Scuola vittoriana come una macchina che trasformava i bambini in unità di produzione, con teste riempite di fatti utili. L’accusa era rivolta a un sistema, non a singoli insegnanti. Ma la dinamica che metteva in scena, l’istituzione educativa che serve interessi che non sono quelli degli studenti, ha una persistenza storica che è difficile ignorare quando si guarda a un’aula trasformata in set per contenuti monetizzati.

 

 

Ascolta anche: La privacy non è neutra

 

 

Detto questo, non voglio essere ingiusta verso un fenomeno che ha anche prodotto cose buone. Le comunità TeachTok hanno ridotto l’isolamento professionale dei docenti, diffuso pratiche didattiche creative, e in qualche caso costruito con gli studenti un rapporto con la materia che i libri di testo non erano riusciti a stabilire. Esiste anche l’hashtag #TeacherQuitTok, con migliaia di insegnanti americani che raccontano sui social le ragioni delle proprie dimissioni (qui potete leggere uno studio che ha analizzato il fenomeno); ascoltare le loro testimonianze ci fa capire quanto sia profondo il malessere dei docenti, e sarebbe disonesto negarlo.

Ma esiste una differenza tra usare i social per parlare del proprio lavoro e usare il proprio lavoro come materia prima per i social.  È mai possibile che non riusciamo a immaginare una Scuola diversa? Dobbiamo davvero rassegnarci all’idea che l’unica alternativa al grigiore attuale sia il modello “pay-per-view” immaginato da Schettini?

La realtà è che stiamo guardando un corpo docente e un sistema esausti, prosciugati da anni di scelte politiche senza alcuna visione. La Cultura, in Italia, è stata trattata troppo a lungo come un sacco da cui attingere per far cassa, invece di essere il terreno da rinvigorire per far fiorire il futuro. Osserviamo alcuni numeri, che purtroppo non mentono:

  • Nonostante i proclami di investimenti, la Legge di Bilancio 2026 prevede un aumento delle risorse del solo 1,5%, a fronte di un’inflazione stimata all’1,7%; un decremento reale che si traduce in nuovi tagli lineari programmati fino al 2028.

  • Secondo il rapporto OECD Education at a Glance 2025, i docenti italiani guadagnano circa il 18% in meno rispetto alla media europea. In termini reali, negli ultimi 10 anni il potere d’acquisto dei nostri insegnanti è diminuito del 4,4%.

  • Il sistema continua a reggersi praticamente sulle macerie di quello che un tempo è stato. Nonostante le immissioni in ruolo, si stima che per l’anno scolastico 2025/2026 i contratti a tempo determinato siano ancora tra i 180mila e i 250mila, con una cattedra su cinque coperta da supplenti.

Dobbiamo davvero accettare un Paese dove la conoscenza diventa un bene di lusso che pochi “prof-influencer” decidono di mettere a mercato per integrare stipendi inadeguati? E tutti gli altri? Gli studenti che non possono pagare, o i docenti che non vogliono trasformarsi in brand, che fine faranno?

Invece di inseguire l’algoritmo come promuove Schettini, dovremmo pretendere un sistema scolastico solido, con stipendi finalmente in linea con il resto d’Europa e una stabilità che permetta di programmare il futuro. Dare dignità alla professione più importante di tutte è, secondo me, l’unico investimento che può impedirci di trasformare definitivamente gli studenti in clienti.

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