Proteste Hi-Tech: l’Iran mette in campo il riconoscimento facciale

Mentre proseguono le proteste di piazza, il regime degli ayatollah usa strumenti all’avanguardia per identificare manifestanti e semplici cittadini che assumono comportamenti poco consoni alla morale del Paese

 

 

Per la serie: quando le nuove tecnologie fanno più danni che altro. Parliamo ancora di Iran dove, nonostante i riflettori dei media internazionali si siano notevolmente attenuati rispetto a qualche mese fa, le proteste pro-democrazia contro il regime degli ayatollah continuano senza sosta.

 

 

Sulle proteste in Iran, leggi anche: VPN e app crittografate per le rivolte in Iran, ma potrebbero non bastare

 

 

Gli ultimi bilanci parlano di quattro giovani giustiziati, 18 persone condannate a morte, circa 480 manifestanti uccisi e 19mila arrestati. Numeri dietro ai quali si nascondono torture, intimidazioni e violenze di ogni tipo perpetrate anche grazie all’uso di strumenti Hi-Tech, nati con tutt’altro scopo.

Tra questi un posto di rilievo è occupato dai software di riconoscimento facciale che, secondo alcune fonti interne riprese dal magazine statunitense Wired, sarebbero stati utilizzati da Teheran per identificare e arrestare non solo centinaia di manifestanti, ma anche semplici cittadini.

A quanto pare, la polizia avrebbe infatti utilizzato la “combo” telecamere di sorveglianza + riconoscimento facciale per rilevare automaticamente presunte violazioni della morale e delle leggi del Paese, in primis quella sull’hijab che determinò l’arresto di Mahsa Amini a settembre 2022. Il tutto durante le proteste di piazza, ovviamente, ma anche per strada e persino all’interno degli abitacoli delle vetture!

 

 

Ascolta il nostro podcast Ucraina – Putin: un’intelligenza artificiale sarebbe mai entrata in guerra?

 

 

Una ricerca maniacale di possibili elementi di dissenso che ben fotografa il clima di terrore e paranoia promosso dal regime in seguito alle proteste degli ultimi mesi. A fornire gli strumenti di Facial Recognition sarebbe un’azienda cinese già implicata in un “affaire” simile, ovvero l’individuazione (e schedatura), per il governo di Pechino, di minoranze problematiche come gli uiguri; naturalmente per fini repressivi.

E non è finita qui. Secondo quanto riportato dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, la repressione passa anche attraverso… le schede SIM dei cellulari. Grazie agli accordi con alcuni dei principali provider di servizi di telefonia iraniani (ma non mancano i nomi di aziende straniere), il regime di Teheran entrerebbe in possesso di informazioni personali sugli abbonati e sul loro comportamento: dalla geolocalizzazione degli utenti alla loro cronologia di Internet, passando per il registro delle telefonate/messaggi.

Uno scenario che richiama da vicino il romanzo Sci-Fi “1984”. Peccato che sia tutto drammaticamente vero.

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