Le fortezze epistemiche. Dal castello al campus: come i luoghi del potere sono diventati invisibili
2. La storia si sincronizza
Il ragionamento sui limiti del fenomeno comincia dove smettiamo di guardare l’interfaccia e seguiamo a ritroso le condizioni che la rendono possibile: un’infrastruttura Dual Engine che a prima vista poggia su due Supply Chain autonome, una materiale e l’altra cognitiva. Più ti avvicini, più la distinzione sfuma.
Le terre rare incorporano conoscenza; i modelli incorporano materia. Non sono due economie: sono le due facce della stessa infrastruttura. Ma è questa la vera novità? Forse no. Cambiano strumenti e paradigmi, la struttura del potere no. Ogni epoca ha avuto il suo centro, in dialettica costante col suo margine.
Qualcuno ricorda i primi 10 minuti di Downton Abbey? Un manuale di Storia condensato in immagini: il fumo della locomotiva vola tra i cavi del telegrafo mentre dall’Atlantico corre la notizia del naufragio del Titanic – e con esso quello di un’epoca. L’impulso sui tasti passa alla macchina da scrivere del giornale locale, al campanello della bici del paperboy, al vecchio sistema di campanelle con cui la servitù parlava tra un piano e l’altro. Carbone, ferrovia, stampa. Energia, trasporti, informazione. Più che raccontare una famiglia, la sequenza racconta una matrice. Se il giornale sincronizzava un popolo unito da lingua, terra e interessi, treno e telegrafo lo saldavano al resto del mondo.
E, più che la vita all’Highclere Castle, le altre 52 puntate descrivono un luogo-archetipo: remoto, inaccessibile, gerarchico, regolato, capace di concentrare sapere, decisioni e risorse e di farne ricadere gli effetti ben oltre le proprie mura. Fin quando da fuori non emerge un bisogno di autonomia così forte da spingere un’Innovazione – puntualmente una nuova forma di energia, comunicazione, mobilità che mette in crisi il modello del castello. Ma se al posto di Highclere metti una miniera, una fabbrica, un campus, un Data Center, la storia non cambia. È sempre la storia di una fortezza epistemica.
Le fortezze epistemiche sono luoghi pensati per concentrare tutto ciò che il resto della società distribuisce. Energia. Conoscenza. Decisione. Regole. Pochi le abitano, molti ne subiscono gli effetti. Ogni epoca costruisce la propria, per forza. Ogni rivoluzione l’assalta. E poi ne rifonda una nuova.
Dai palazzi alle fabbriche – nuove fortezze delle masse – fino al Novecento post-bellico caratterizzato da immani sforzi di elettrificazione delle aree interne, dove la nuova energia ha acceso la luce nei tinelli, sulla condizione delle donne, dei giovani, delle minoranze, in marcia lungo gli anni ’50, ’60 e ’70 per unirsi, denunciare, trasformare ancora il volto della società.
Un’insurrezione dal basso che ha fatto brillare confini, limiti, gerarchie e lacci fisici delle vecchie fortezze economiche col fosforo blu degli schermi. L’ennesimo assalto, l’ennesima rivoluzione – liquida – che ha permeato il mondo come sistema (la globalizzazione), come estetica (da MTV a Instagram), come mobilitazione del consenso più che mobilità dei corpi. Sotto, l’infrastruttura logistica ha retto: aerei, navi-container, truck su strade allargate come un sistema nervoso capillare. FedEx, Amazon, Google, Netflix. All’infrastruttura logistica si è sovrapposta la logica delle infrastrutture. All’indirizzo di casa, l’indirizzo IP.
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Ma quali erano le fortezze epistemiche degli anni Duemila? Cosa, e come, sincronizzano? La sede di Apple e quella di Google. Il Centro Visitatori – un pronao moderno – lega esterno e interno con vetrate a tutta altezza. Senza giunti. Un cristallo così raro che la trasparenza è tale “da farci finire addosso i dipendenti. Abitualmente”. Il tetto di carbonio curvo come le colline di fronte. Oltre, c’è il vero quartier generale, invisibile e inaccessibile da ogni punto intorno per effetto delle ampie zone piantumate che distanziano la strada carrabile che circonda il ring. La complessità resta chiusa laggiù.
Chi visita il Campus di Google lo attraversa in lungo e in largo, su biciclette gratuite, muscolari e colorate. Qui e là opere d’arte. Land Art per lo più. Sistemi di irrigazione continui, come nei giardini dell’Alhambra. Google è tutta aperta. Tranne il suo quartier generale. Che pure c’è, da qualche parte. Gli ingegneri li incontri solo al bar a bere matcha. Stop. È l’inizio dell’era arrivata oggi a maturazione.
Ma qual era la promessa? Distribuire l’accesso alle informazioni e la capacità di agire in modo orizzontale, granulare, democratico. Un passaggio di scala e di dimensione: prima sincronizzavamo un popolo omogeneo sulle notizie, a cadenza quotidiana; poi più popoli – lo spazio contratto – sulle notizie e sull’agency, a cadenza quasi istantanea. Sintomatico che l’unica cosa che Google confessava di sé, fino a maggio ’24, fosse il tempo di rielaborazione tra input e output: lì si è cominciato a comprimere il tempo, uno degli attriti più grossi nella filiera della conoscenza. Tutto lungo una traiettoria che unisce Internet, i pc, i Data Center, il cloud e l’iPhone.
Il sasso. Di vetro. Magico. Una fortezza epistemica in tasca – o almeno il suo portale, dentro cui collassa e attraverso cui si apre la possibilità di infrastrutturare ed esternalizzare la capacità cognitivo-operativa del singolo. Un cambiamento radicale: mentre le vere condizioni di esistenza restavano concentrate e invisibili nelle lontane fortezze epistemiche, l’impressione di avere in mano la propria autonomia ha reso ciascuno il “centro” di una rete di relazioni marginali – il nodo di un network – con l’illusione di gestire i propri interessi in modo indipendente. Di essere un centro di potere.
Per alimentare quest’illusione sono serviti altri investimenti, altre infrastrutture. Ed è su questa traiettoria che arriva prima la Platform Economy e oggi l’AI con le sue chat. La costante è una: nascondere dentro la complessità, per restituire fuori interfacce lineari, capaci di trasformare il dito nella bacchetta di Harry Potter. Così, per un po’, non ci siamo sentiti soli né isolati. Finché…
Finché si è aperta una frattura. Più eravamo attratti nella Platform Community, più il mondo reale intorno risultava asincrono: il medico non era veloce come Amazon, l’avvocato non era preciso come Netflix, il maestro di yoga non era sicuro come Google, e il Governo – beh, il Governo non c’era proprio più.
Ognuno di noi, cittadino del mondo capace di sostenere con un click la rivolta di contadini a 10mila km, era dipendente a casa sua da competenze che non possiede, dal tempo di qualcun altro, da leggi scritte per un mondo diverso da quello fuori dalla finestra. Di casa e di Google. Servi autonomi.
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Non l’ho inventato io. Ivan Illich diceva che ogni strumento ha due soglie: di qua ti serve, di là comincia a servirsi di te. La chiamava monopolio radicale – non quando una marca vince un mercato, ma quando un mezzo rende impensabile fare altrimenti, come l’automobile che ha reso impraticabile andare a piedi. La bacchetta di Harry Potter, oltre la seconda soglia, ci tiene in mano.
2.1 Il fantasma nella fortezza
Il monopolio radicale di Illich si manifesta quando la produzione e la distribuzione di ciò di cui siamo dipendenti si accumula nelle mani di pochi soggetti.
Da Bordiga in giù, l’idea che l’accumulo sottragga valore al lavoro comprimendo i diritti è una costante. Ma nella fabbrica di ieri l’operaio sfruttato esisteva. Era un corpo – una massa di corpi – che occupava uno spazio e un tempo, e questa presenza osservabile e descrivibile si trasformava in funzioni della catena, del cottimo, dei rapporti servo-padronali.
Oggi che il plusvalore è cognitivo, si nasconde dentro l’interfaccia che sembra autonomia. La compressione di Marx era visibile; quella attuale è invisibile.
Inoltre, oggi lo stesso concetto di catena è sfumato: da un lato è filiera, perché trasforma la conoscenza in prodotto e lo distribuisce con un impatto che potremmo far rientrare nelle logiche della politica industriale e sociale. Dall’altro gli attori non sono dispiegabili uno dopo l’altro secondo una logica di concatenazione. Materie prime e loro trasformazione, capacità di calcolo e modelli linguistici, Big Data e accesso ai dataset di giornali, librerie, biblioteche, università, sembrano disegnare più i flussi dei Supply Network.
Con una differenza però sostanziale: sono davvero interdipendenti? C’è una reale asimmetria che costringe a comporre e allineare gli interessi o no?
Lo vedremo nel capitolo 4. Ora è il momento di far spiccare in volo il nostro cigno nero.

[Continua]






