Giocare è una cosa seria: l’Europarlamento guarda al settore del gaming

Verso una strategia europea per una delle più importanti industrie dell’intrattenimento

 

 

Chi ha visitato New York lo sa: ogni cosa è familiare anche se è la prima volta. Il fumo dai tombini oltre la fila di taxi gialli, la gente con il cappuccino di Starbucks in mano… Hollywood girava e noi assorbivamo. New York – e tre quarti di Stati Uniti – li riconosciamo.

Lo chiamano “soft power”. Ha a che fare con lo storytelling, sembra il riflesso della cultura e della sua forza poietica. È il cinema, ma forse non è stato solo intrattenimento. Piuttosto una cura omeopatica. Una cura da cavallo, ma gentile, piacevole, con cui abbiamo assimilato idee e organizzato conoscenze.

In Europa non abbiamo mai avuto niente del genere. Questioni tecnologiche – i differenti protocolli dei broadcaster nazionali –, culturali ed economiche hanno impedito la creazione di un’industria televisiva o cinematografica europea. Con le serie – meglio, con Netflix – qualche tentativo è stato fatto, con il remake di “The Bridge” o con l’esperimento di “Criminal” per esempio, ma non c’è traccia di un racconto europeo.

Le cose però stanno per cambiare. La Commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento europeo ha infatti approvato all’unanimità un testo che punta a far crescere una delle più importanti industrie dell’intrattenimento. E no, non è il cinema. Allora qual è?

“Although half of Europeans are gamers, the sector does not benefit from a dedicated strategy at EU level, whether it is to protect intellectual property, channel investment or promote our know-how”. Così si è espressa la relatrice del rapporto, Laurence Farreng, commettando l’esito del voto che chiede all’Europarlamento di elaborare una strategia unitaria per il settore del gaming.

Un’industria enorme. Solo in Europa c’è un mercato da 23 milioni di Euro che, a livello globale, supera i 175 milioni di Euro. Ma stavolta il denaro non è il solo obiettivo. Il testo vuole rivedere i criteri di Europa Creative e Horizon per trattenere e valorizzare i talenti, anche sostenendo le economie nazionali con esenzioni ad hoc, per aumentare la produzione di videogame e accrescere il ruolo europeo nel settore.

Il voto certifica ciò che i gamers sanno da anni: giocare è una cosa seria. In ballo ci sono arte, tecnologia, soft skill, engagement, apprendimento – c’è il patrimonio culturale ed espressivo di un popolo.

La notizia è che la decisione politica ricalca una strategia già intrapresa dalle super potenze globali – Usa e Cina in testa – confermando il tentativo di metamorfosi dell’Unione Europea.

Quali sono le ragioni?

Primo: la tecnologia alla base dei videogiochi e le tecnologie dei simulatori militari sono spesso le stesse e spesso un’azienda cura entrambi i business. Controllarle significa accedere ad una parte dei segreti militari di un Paese rivale.

Secondo: l’Economia. Il controllo sul settore non fa bene solo alle casse, ma aumenta il prestigio economico e culturale nei Paesi terzi. Last but not least: non c’è niente da fare, lo storytelling interattivo è il più pervasivo, memorabile e influente…

Passare centinaia di ore a sparare ai soldati della Repubblica Popolare Cinese in Call of Duty non può che generare un’immagine della Cina che si sovrappone e fa da filtro a qualsiasi altro racconto ci venga offerto, dopo. Eccolo il nodo politico. Se arrivi a raccontare la tua versione dei fatti dopo, è già game over.

Creare un videogame significa proiettare qualcuno in un mondo di regole scritte da te, assorbite senza filtro per poter giocare. Significa guadagnare un posto di privilegio nella catena dei content creator – un posto in cui ciò che dici viene prima. Prima nel senso mitologico: fondi, crei il senso e orienti.

Un videogioco è un atto mitopoietico. Un gameplay equivale ad ascoltare le “Storie” di Erodoto in una piazzetta di Atene, o “I sette contro Tebe” di Eschilo. Sembra quindi che l’Europa cerchi i suoi aedi. In Unity e C++, dediti a cambiare il mondo.

Paolo Emilio Colombo

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