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Bambini e smartphone “soli dentro lo schermo”

L’Avv. Guido Scorza presenta “Soli dentro lo schermo – La tragedia dei bambini online”, il libro che invita i genitori a imparare e a insegnare le regole dell’autostrada digitale

 

 

Quante volte ci siamo sentiti dire dai nostri genitori “mettiti il casco” prima di poter salire su un motorino? Oggi tanti della mia generazione – i millennial, che hanno sì avuto uno smartphone tra le mani, ma in un’età accettabile – si ritrovano a fare i conti con un pericolo che nella propria adolescenza non esisteva: l’attrazione incontrollabile dei loro figli verso gli schermi, la difficoltà di dire no al desiderio di navigare nel mondo virtuale che nessuno ha insegnato loro ad attraversare.

Il nuovo libro dell’Avvocato Guido Scorza si intitola Soli dentro lo schermo – La tragedia dei bambini online e parla proprio di questo. Già dalla copertina il messaggio è chiaro: i bambini e le bambine si muovono ogni giorno all’interno di “autostrade digitali” – social, giochi online, piattaforme di ogni tipo – quasi sempre senza la supervisione di un adulto al loro fianco.

In Italia, per sottoscrivere un contratto, inclusa l’iscrizione a un social, bisogna avere 18 anni. Eppure, ogni giorno milioni di minorenni accettano termini e condizioni di servizio di Facebook, TikTok, Instagram e simili. Come è possibile?

La risposta sta in un dettaglio giuridico poco conosciuto: quei contratti non sono nulli, ma annullabili. Significa che esistono finché qualcuno non va in tribunale a farli annullare. E chi dovrebbe farlo? I genitori, naturalmente. Ma quanti si rivolgerebbero a un giudice per impedire al figlio di aprire un profilo Instagram? La risposta, nella pratica, è quasi nessuno. Così, in questo limbo tra ciò che la legge vorrebbe e ciò che realmente accade, prosperano business multimiliardari.

 

 

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Il GDPR, il regolamento europeo sulla privacy, lascia ai singoli Stati la facoltà di fissare tra i 13 e i 16 anni, l’età per acconsentire al trattamento dei propri dati personali una volta che si è già dentro una piattaforma: l’Italia ha scelto i 14 anni. Ma attenzione, secondo Scorza questo non significa che a 14 anni si possa entrare in un social; significa, però, che, una volta dentro, un 14enne può acconsentire ad alcune cose senza chiedere ai genitori.

Scorza è diretto: i pericoli a cui sono esposti i bambini lasciati soli davanti a uno schermo sono statisticamente superiori a quelli derivanti dal viaggiare in motorino senza casco. Probabilmente non li vediamo perché non li abbiamo vissuti. Uno degli esempi più inquietanti citati in puntata riguarda una scuola inglese che, dopo aver pubblicato sul proprio sito la foto di una squadra di calcio femminile giovanile, ha ricevuto una mail con una richiesta di riscatto: i volti delle bambine erano stati estratti dall’immagine tramite l’intelligenza artificiale e montati su video pornografici. Non è fantascienza, è una storia recente che esemplifica bene uno dei rischi possibili.

A tutto questo si aggiunge il fenomeno dello sharenting, la condivisione da parte di genitori, nonni e scuole di foto e video dei minori, spesso senza che i bambini ne siano consapevoli, e le conseguenze psicologiche di un ambiente digitale progettato per trattenere gli utenti il più a lungo possibile, indipendentemente dalla loro età.

 

 

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Con le parole di Scorza:

“Le mamme e i papà ancora urlano dal terrazzo di casa ‘non salire sul motorino’ o ‘mettiti il casco’, mentre, viceversa, perché manca nel nostro bagaglio esperenziale, perché sono rischi con i quali non ci siamo confrontati quando avevamo l’età che oggi hanno i nostri figli, non urliamo quando vediamo i nostri figli davanti allo smartphone ‘stai fuori da quel social’ o ‘sii prudente’. Questo secondo me è il tema principale, che è stato travisato e che è oggetto di uno straordinario equivoco di fondo, essenzialmente figlio di un’espressione, nativi digitali, che ha persuaso i più piccoli di saperne di più degli adulti e gli adulti che non ci fosse bisogno di fare gli adulti con i più piccoli quando si trovano nella dimensione digitale. Bisogna, invece, pensare che quando un minore entra dentro quello schermo, dentro quella piattaforma, ha bisogno di un adulto vicino esattamente come quando muove i primi passi nel mondo reale.”

Non è una relazione impossibile, quella tra i più piccoli e i social, ma richiede accompagnamento. I social, del resto, non sono nati per i bambini. Sono stati costruiti per gli adulti. Poi, però, ci si è accorti che un terzo degli utenti di Internet nel mondo è minorenne e che rinunciare a quella fetta di mercato significava perdere miliardi.

La protezione dei più piccoli non è mai stata una priorità dell’Industria, anche se oggi qualcosa si sta muovendo. Esistono gli “Account Teenager”, i controlli parentali, le impostazioni di sicurezza. Ma, come fa notare il nostro speaker, l’Avv. Sergio Aracu, metà della popolazione italiana è analfabeta digitale: quegli strumenti non li conosce o non li sa usare.

E quegli stessi teenager che dovrebbero essere protetti dagli account dedicati, nella stragrande maggioranza dei casi si dichiarano adulti per accedere a contenuti “vietati”. Esattamente come facevamo noi, da giovani, nel mondo fisico. La differenza è che il motorino senza casco lascia lividi visibili. I social, progettati per gli adulti e aperti ai bambini per ragioni di mercato, lasciano tracce che ancora non siamo in grado di misurare.

S. C.

 

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Ospite

Guido Scorza

Avvocato, giornalista e Professore a contratto di Diritto delle nuove tecnologie e privacy, Guido Scorza è stato componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali dal 29 luglio 2020 al 19 gennaio 2026. Già Avvocato cassazionista, nonché socio fondatore dello studio legale E-Lex, Scorza è stato responsabile degli affari legali nazionali e […]

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