Il Progetto Panama di Anthropic e l’arte di bruciare i libri con 451 °F di AI

La storia del Progetto Panama e di come Anthropic ha saccheggiato intere biblioteche per addestrare i propri modelli, tra accordi miliardari e sentenze sul copyright

 

 

Quando inizi a studiare questa storia, a un certo punto inciampi su una frase, scritta in un documento interno di Anthropic, poi reso pubblico da un giudice nel gennaio 2026 dopo una Class Action, che suona proprio così:

“We don’t want it to be known that we are working on this.”

Rileggetela, perché è la voce di chi ragiona da tecnocrate: se il fine è abbastanza importante, il mezzo può restare nell’ombra. Si tratta della voce consapevole di chi sa esattamente cosa sta facendo, sa che è sbagliato almeno sul piano simbolico, e sceglie comunque di andare avanti.

Partiamo dai fatti, perché i fatti qui sono abbastanza eloquenti da soli.
Nel 2024, uno dei co-fondatori di Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude, presenta ai propri dipendenti un piano per acquisire enormi quantità di libri usati e digitalizzarli per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. Il progetto si chiama Project Panama.

Mi viene da pensare, come i Panama Papers? Il collegamento mi sembra più che suggestivo e nella mia testa viene come automatico, però è una mia speculazione, quindi non voglio dilungarmi oltre e continuo a spiegarvi di cosa si tratta.

Per rendere il processo più veloce ed economico, i libri vengono letteralmente smontati: i dorsi vengono tagliati con una macchina idraulica, così le pagine possono essere scansionate ad alta velocità da scanner industriali; infine, i volumi smembrati vengono distrutti definitivamente avviati al riciclo. Spariti per sempre.

 

 

Leggi anche: Come cambia l’Editoria tra AI e social. I dati di AIE a Più libri più liberi

 

 

Secondo i documenti analizzati dal Washington Post, il numero di libri coinvolti è nell’ordine dei milioni. Tra i fornitori troviamo Better World Books, World of Books, e per un breve periodo persino The Strand, la libreria dell’usato più famosa di New York. Anthropic aveva assoldato Tom Turvey, ex dipendente di Google che 20 ‘anni prima aveva lavorato a Google Books, per coordinare l’operazione.

Interessante. Inizio a cercare informazioni sul lavoro di Turvey e scopro che anche Google Books aveva in passato scansionato milioni di volumi, ma senza distruggerli, usando scanner ad alta tecnologia che non richiedevano di smontare i libri. Solo che era un processo molto, molto più lento. Anthropic, invece, evidentemente aveva fretta.

Di fatto, comprare libri usati è legale. Fare quello che vuoi di un libro che hai comprato è legale (il principio generale del Diritto americano sul copyright, il First-sale Doctrine). E una sentenza di poco precedente, in un caso connesso proprio ad Anthropic, aveva stabilito che usare testi per addestrare modelli di AI è “trasformativo” e quindi coperto dal Fair Use americano. Legale, dunque. Forse. In senso strettamente formale, sì. Ma in senso umano e culturale?

Ragioniamoci insieme, con Marco Scialdone, Professore a contratto di Diritto dell’intelligenza artificiale presso l’Università Europea di Roma.

 

 

Project Panama è solo l’ultimo caso pubblico; prima dei libri fisici, c’erano stati quelli digitali.

Nel 2021, Ben Mann, co-fondatore di Anthropic, aveva scaricato milioni di libri da LibGen, la piattaforma di pirateria editoriale che i ricercatori accademici di tutto il mondo conoscono come la biblioteca ombra. L’anno successivo, Mann aveva inviato ai colleghi il link di un nuovo sito, Pirate Library Mirror (che dichiarava esplicitamente di violare intentionally il copyright nella maggior parte dei Paesi) con il messaggio: “just in time!!!”.

Anthropic nega di aver usato questi libri piratati per addestrare i propri modelli commerciali. Ma la documentazione esistente porta alla Class Action, poi risolta con un accordo da 1,5 miliardi di dollari nell’agosto 2025.

È in questo contesto che nasce Project Panama. Un tentativo di fare la stessa cosa, ma in modo legale. Neanche l’ombra di pirateria, “solo” un macero di cultura.

Qui voglio fermarmi, perché mi disturba profondamente e non riesco a liquidare il tutto con il pragmatismo della legalità, essendo io laureata in Filologia moderna mi perdonerete la piccola digressione che mi viene automatico fare.

Un libro è un oggetto con un corpo e una storia materiale. C’è chi l’ha stampato, chi l’ha tenuto in mano, chi ci ha scritto sopra con la matita, chi l’ha regalato con una dedica, chi l’ha dimenticato su un treno o lasciato a casa di un’amica. I libri usati, in particolare, sono oggetti che hanno attraversato più vite. Quando Anthropic compra milioni di libri usati e li passa attraverso una macchina idraulica che ne taglia via il dorso, sta in una certa misura annullando quelle vite.

 

 

Leggi anche: Project Glasswing e Claude Mythos Preview. Di cosa si tratta?

 

 

In un documento interno del gennaio 2023, un co-fondatore di Anthropic ha dichiarato che i libri servivano all’intelligenza artificiale per insegnarle “come scrivere bene” anziché imitare “il linguaggio di bassa qualità di Internet”. E quel linguaggio, così ben scritto, lo mandiamo al macero. È come imparare a dipingere bruciando i quadri di Caravaggio, ok. Questo è esattamente il cuore della mentalità tecnocratica applicata all’industria dell’AI: il progresso tecnologico è il valore supremo e tutto il resto si misura in relazione alla sua utilità rispetto a quel progresso. Ma non dobbiamo usare il progresso come alibi per ogni cosa!

Pensiamo a Bernard Stiegler, il filosofo francese che ha dedicato gran parte della sua vita a pensare il rapporto tra tecnica e memoria. Per Stiegler, ogni dispositivo tecnico porta con sé una trasformazione di ciò che ricordiamo e di come lo ricordiamo. Le tecnologie digitali standardizzano la memoria collettiva, rischiando di produrre quella che lui chiamava proletarizzazione psichica e collettiva: la perdita della capacità di produrre significato in modo autonomo. 

La sentenza del giugno 2025, che il Guardian e Reuters hanno documentato (trovate tutte le fonti in calce) ha stabilito che Anthropic non ha violato il copyright nell’addestrare i propri modelli con libri acquisiti senza il consenso degli autori. Il ragionamento del giudice è che l’uso sia “trasformativo”: il modello non riproduce i libri, li elabora per produrre qualcosa di nuovo.

Questo, però, presuppone che il valore di un libro risieda esclusivamente nella sua riproducibilità. Che i diritti di un autore si esauriscano nel diritto a non essere copiato parola per parola. Gli autori che hanno creato i contenuti su cui i modelli si addestrano non vengono compensati o vengono compensati solo in seguito a cause legali costose che la maggior parte di loro non può permettersi di intentare contro i grandi colossi. I lavoratori dell’industria editoriale vedono il loro mestiere svuotarsi. I lettori si abituano a consumare sintesi invece di testi originali. E quest’ultimo, per me, è tra i rischi maggiori ai quali stiamo esponendo soprattutto le giovani generazioni.

All’interno di Anthropic, in effetti, c’era chi aveva sollevato dei dubbi, secondo quanto ricostruito dal Washington Post. Nel frattempo, la frase di quel documento interno continua a rimbalzarmi in testa:

“We don’t want it to be known that we are working on this.”

Lo sappiamo, adesso.

 

Come promesso, ecco qui le fonti utilizzate:

 

Un grazie al Prof. Marco Scialdone per la spiegazione giuridica fondamentale per comprendere questa storia.

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