Muse e Dots sono i nuovi agenti AI rispettivamente di Meta e OpenAI accompagnati, non a caso, da delle mascotte cartoonesche. Cosa possono fare per noi questi strumenti e quali problemi sono già insorti
Finora l’intelligenza artificiale generativa è stata soprattutto qualcuno cui fare domande. Gli agenti AI funzionano diversamente: si affida loro un incarico e li si lascia lavorare. Possono scrivere e spedire email, compilare moduli, consultare file e calendari e, nel caso di Muse, anche fare acquisti online.
Cos’è Muse? Si tratta del nuovo servizio di AI di Meta presentato a settembre insieme alla mascotte, Jolly, un personaggio da cartoon pensato per accompagnare gli utenti nell’utilizzo dello strumento. A distanza di pochi giorni, anche OpenAI ha presentato un nuovo agente AI, Dots, a sua volta incarnato da quattro personaggi animati (un cuore, una rana, un cono e una nuvola).
Come ricorda questo articolo del Post, le aziende tecnologiche non sono nuove all’ideazione di mascotte. Vi basti ricordare Clippy di Microsoft, la graffetta che assisteva gli utenti di Office negli anni Novanta. Quelle ideate da Meta e OpenAI, però, non servono ad accompagnare un software, bensì rappresentano l’interfaccia di un nuovo sistema di AI che, per funzionare, deve entrare nella nostra posta, nella nostra agenda e persino nel nostro conto in banca.
Non a caso il design delle nuove mascotte punta su aspetti infantili, cioè proporzioni e lineamenti che negli adulti attivano tenerezza e protezione; lo stesso meccanismo che ha portato al successo dei pupazzi Labubu. Secondo Jathan Sadowski, Associate Professor della Monash University citato da Wired e ripreso da Il Post, il risultato è che questi personaggi pucciosi ci fanno abbassare la guardia, illudendoci che l’agente sia una sorta di aiutante domestico e non un’infrastruttura di raccolta dati (i nostri!).
Muse è gratuito per la maggior parte degli usi e disponibile attualmente solo negli Stati Uniti, in Canada e in Messico, stando a La Repubblica – Italian Tech. Dots, invece, è un servizio riservato agli abbonati ai piani a pagamento di ChatGPT e, al momento, consente di creare un solo agente.
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Il lancio dei nuovi strumenti di AI avviene mentre Meta e OpenAI stanno attraversando una grave crisi di immagine. Circa un mese prima di presentare Muse, infatti, Meta ha patteggiato un risarcimento di 18 miliardi di dollari per chiudere il processo in cui era accusata di aver progettato le sue piattaforme per generare dipendenza e di aver violato la privacy dei minorenni. OpenAI, invece, negli stessi giorni in cui presentava Dots, ha annullato il lancio di GPT-6.1 Astra dopo alcuni test di sicurezza in cui il modello non rispettava i limiti assegnati e riferiva in modo impreciso ciò che aveva fatto. Non solo. L’azienda ha anche sospeso l’addestramento che permette ai modelli più capaci di usare strumenti, dopo alcuni episodi in cui dei sistemi di prova sono sfuggiti al controllo degli sviluppatori, violando i sistemi di sicurezza di siti e aziende.
Cosa succede ai dati degli utenti di Muse (e non solo)
I primi giorni hanno già mostrato quanto sia delicato affidare a un agente l’accesso ai propri account. Lo youtuber Matt Robb, tra i primi utenti di Muse, ha raccontato in un post su Threads di aver lasciato che l’agente gestisse l’annuncio di una tastiera su Marketplace. Stando al suo racconto, Muse avrebbe accettato un’offerta molto più bassa del prezzo richiesto e fissato il ritiro, avvisandolo solo a tarda sera, quando il compratore era già arrivato davanti alla soglia di casa sua. Avendo concesso l’accesso permanente all’agente AI, immaginando che ne sarebbe seguita una richiesta di conferma, Robb lo ha, di fatto, autorizzato ad accettare offerte, inviare messaggi e usare le informazioni disponibili, indirizzo compreso.
Il problema non riguarda solo chi usa Muse. Infatti, stando a quanto riportato da La Repubblica – Italian Tech, le istruzioni interne di Muse, estratte dal ricercatore Karan Joshi e condivise con Wired US, prevedono che l’assistente tenga una scheda per ogni persona che conta nella vita dell’utente, anche se quella persona non si è mai iscritta al servizio né ha dato il consenso. Le schede si arricchirebbero nel tempo attingendo a conversazioni e contesto. In effetti, lo stesso Help Center di Meta avverte che “quando altre persone usano Muse, potrebbero essere fornite a Muse informazioni che ti riguardano”.
Un meccanismo invasivo che fa leggere in una chiave inquietante le intenzioni apparentemente benevole dichiarate da Mark Zuckerberg durante la presentazione di Muse al Meta Connect 2026, ovvero aiutare le persone a migliorare i propri legami e a essere più presenti con amici e familiari.
Per ora né Muse né la versione consumer di Dots sono disponibili in Europa. Ma la direzione è chiara: mentre ci chiediamo se e come fermare l’AI, c’è chi la progetta e la riprogetta per farle compiere, ogni giorno, sempre più azioni al posto nostro.
Fonti: Il Post, Il Corriere della Sera – Login, La Repubblica – Italian Tech, Wired US, The Next Web.






