SPECIALE RADIO ACTIVA+

Mafie e strumenti per contrastarle 31 anni dopo la strage di Capaci

In occasione del 31° anniversario della strage di Capaci, un’intervista-fiume – al giornalista ed esperto di criminalità mafiosa Attilio Bolzoni e al magistrato antimafia Alfonso Sabella – per ricordare nel modo giusto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, la magistrata Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro

 

 

31 anni dopo la strage di Capaci, da quel 23 maggio 1992, in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, possiamo dire – con un’espressione coniata dalla scrittrice palermitana Beatrice Monroy – di essere stati “Capaci di cambiare”? Ovvero com’è cambiato/come sarebbe potuto cambiare il nostro Paese e qual è l’eredità che Giovanni Falcone ci ha lasciato, su cui tutti dovremmo provare a costruire?

Lelio Borgherese lo ha chiesto a due ospiti illustri: il magistrato Alfonso Sabella e il giornalista Attilio Bolzoni nell’ultimo episodio del nostro Speciale Radio Activa.

Bolzoni ha esordito commentando così l’isolamento di cui fu vittima in vita il giudice Falcone:

“Ho sempre detto che era un italiano fuori posto in Italia. Si parla sempre di ‘isolamento’ sociale, politico, ma il primo è avvenuto dentro il suo Palazzo di Giustizia, nelle stanze vicine. Ad averlo isolato sono stati i magistrati, poi c’è stato l’isolamento sociale, quello politico, i servizi segreti… A questo proposito, non sopporto più quando dicono ‘i servizi segreti deviati’. ‘Deviato’ era Falcone, un eterodosso! Lui era il deviato, gli altri erano quelli normali. […] Mi interessa dire un’altra cosa. Negli uffici dei magistrati italiani, negli uffici investigativi c’è sempre questa famosa fotografia di Tony Gentile, con Falcone e Borsellino sorridenti uno accanto all’altro […] quella fotografia è un alibi, basta che te l’appiccichi là dietro e ti pari le spalle. Come Aureliano Buendía in ‘Cent’anni di solitudine’, il dottor Falcone in vita ha perso tutte le sue battaglie, dopo la morte, dopo la sua uccisione no. Bisogna dare atto che la Magistratura, in quella prima fase e anche dopo secondo me, ha saputo ereditare la ricchezza della conoscenza tecnica del dottor Falcone, che ha creato quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che era il Maxi Processo. In questi 30 anni non c’è stata gara tra le strutture antimafia dello Stato e la Cosa nostra dei Corleonesi. Ci sono delle eccellenze in Italia. Quello che la Magistratura italiana non ha ereditato da Falcone è il suo spirito rivoluzionario e riformista.”

La lezione di Falcone non è stata solo tecnica. Lo ha ribadito ai nostri microfoni anche il magistrato Alfonso Sabella.

“L’isolamento di Falcone si toccava con le mani all’interno del Palazzo di Giustizia. Io ero un ragazzino, ma l’ho percepito. Ricordo una scena che mi fece inorridire: due magistrati importanti commentavano il fallito attentato all’Addaura. Uno dei due fece all’altro: ‘vado giù da Falcone a dargli la solidarietà per il fallito attentato’. L’altro rispose: ‘Con una mano gli dai la solidarietà, con l’altra ti complimenti, perché a questo punto il posto da procuratore aggiunto non glielo toglie nessuno’, come a insinuare che l’attentato all’Addaura in qualche modo Falcone se lo fosse fatto da solo. Attenzione, io non avevo un gran rapporto con Giovanni Falcone, perché era molto chiuso, molto schivo ed io ero un ragazzino. Lo ammiravo, perché vedevo, e mi sono reso conto poi andando avanti, che l’Italia non ha mai avuto e non avrà mai un magistrato del suo livello. Era di un altro pianeta sotto tantissimi profili. Vedete, quello che non abbiamo ereditato da lui è lo spirito, ma soprattutto il senso etico. Forse all’inizio sì, dopo le stragi molti avevano questa componente morale che li spingeva a fare quello che dovevano fare, ma col tempo è andata perduta.”

Insieme ai nostri ospiti abbiamo inevitabilmente discusso, tra gli altri temi, dell’arresto del “super latitante” Matteo Messina Denaro e dell’esito del processo sulla trattativa Stato-mafia, di cui abbiamo ricostruito i passaggi salienti.

Appena un mese fa, infatti, la Corte di Cassazione ha dichiarato l’assoluzione per gli esponenti istituzionali “perché il fatto non sussiste” (ovvero i vertici del Ros dei Carabinieri non avrebbero inoltrato alle alte cariche dello Stato le minacce mafiose) e l’avvenuta prescrizione dei reati per i boss mafiosi imputati perché derubricati a “tentate minacce a corpo politico dello Stato”.

Ancora: qual è il volto della mafia oggi? Come opera e come si contrasta la “mafia trasparente”? Sono cambiati gli strumenti per contrastare la criminalità organizzata? A questo proposito, abbiamo ripreso quanto emerso in una puntata della nostra serie podcast “Legaltech show”, con ospite il magistrato appassionato di nuove tecnologie Aldo Resta: nell’amministrazione della giustizia penale si è arrivati più tardi all’uso di strumenti innovativi rispetto a quella civile. A cosa si deve questo ritardo?

Le intelligenze artificiali, e in generale le nuove tecnologie, potranno aiutare i magistrati nelle aule di Giustizia? In che modo?

Sabrina Colandrea

Ospite

Attilio Bolzoni

Bolzoni, classe 1955, è un giornalista. Per 41 anni è stato firma de “la Repubblica”. Dal 2021, invece, scrive su “Domani”. Si occupa prevalentemente di criminalità mafiosa. Tra i suoi libri: “Il capo dei capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina” (A. Mondadori, 1993, con Giuseppe D’Avanzo); “La giustizia è cosa nostra” (A. Mondadori, […]

Alfonso Sabella

Sabella, classe 1962, è un magistrato. È stato sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli, e assessore alla Legalità e alla Trasparenza di Roma Capitale con delega al litorale di Ostia. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha iniziato la carriera da avvocato per poi entrare in magistratura nel 1989. Nello stesso […]

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