Tilly Norwood, l’attrice che non esiste (ma vuole un contratto)

Il caso Tilly Norwood riaccende lo scontro tra intelligenza artificiale e diritti degli attori

 

 

Hollywood si trova di fronte al suo primo vero “caso” generato dall’intelligenza artificiale: si chiama Tilly Norwood, è interamente sintetica, ed è pronta a debuttare al Cinema nel lungometraggio Misaligned. Dietro al personaggio c’è Particle6, società di produzione “AI-first” fondata dalla comica ed ex attrice britannica Eline Van der Velden, che sta sviluppando l’intero universo narrativo di Tilly – il cosiddetto “Tillyverse” – con l’obiettivo dichiarato di arrivare fino a 40 personaggi AI diversi.

Il film è descritto come una storia di formazione immersa in un “caos esistenziale da intelligenza artificiale”: Tilly interpreta un essere digitale senza corpo, infanzia o esperienza vissuta, che accede solo ai ricordi altrui, finché un bot ribelle del dark web non la spinge a sviluppare desideri e ambizioni proprie, rendendola, nelle parole della produzione, “spaventosamente umana”.

Il problema è che Tilly, tecnicamente, non ha mai recitato: è il prodotto di un software addestrato su decenni di performance di attori veri, nessuno dei quali ha mai visto un euro per quel lavoro né è stato interpellato al riguardo. Non a caso SAG-AFTRA, il sindacato USA degli interpreti, è sul piede di guerra da mesi. In una nota diffusa la scorsa settimana ha ribadito che Tilly non è un’attrice, ma un personaggio generato da un programma addestrato sul lavoro di innumerevoli professionisti senza permesso né compenso, aggiungendo che il pubblico non sembra interessato a contenuti scollegati dall’esperienza umana. Anche il sindacato britannico Equity ha sollevato obiezioni formali.

 

 

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Il malcontento non arriva solo dai sindacati: diverse star, tra cui Emily Blunt, Melissa Barrera e Whoopi Goldberg, si sono schierate pubblicamente contro il progetto. Van der Velden ha raccontato di aver ricevuto minacce di morte dopo l’annuncio iniziale di Tilly, pur sostenendo di aver capito la reazione dei più e arrivando a definire la sua creazione una sorta di rappresentazione artistica delle paure legate all’AI.

La fondatrice di Particle6 continua, in ogni caso, a difendere il progetto: l’intelligenza artificiale, sostiene, non sostituisce il talento umano ma lo amplifica, e la produzione prevede comunque un team “ibrido” con registi, sceneggiatori e montatori in carne e ossa affiancati da specialisti AI. Inoltre, non esclude il ricorso ad attori reali per Motion e Performance Capture, come già avvenuto per il videoclip musicale di Tilly uscito a marzo. Tra gli argomenti a favore, Van der Velden ha ipotizzato anche un forte taglio dell’impronta ambientale delle produzioni cinematografiche, eliminando trasferte, set fisici e logistica – una stima però interna e non verificata in modo indipendente. Sul quando il pubblico sarà pronto per applicazioni ancora più avanzate di questa tecnologia, la fondatrice ha indicato il 2027.

Il film è ancora in fase di sviluppo iniziale e non ha una data di uscita. La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sul consenso nell’uso dell’AI nel settore creativo: solo due settimane fa, infatti, Cate Blanchett ha presentato al Parlamento europeo lo Human Consent Registry, uno strumento gratuito che permette a chiunque – non solo alle celebrità – di dichiarare se e come nome, volto, voce e movimenti possano essere usati dai sistemi di intelligenza artificiale.

Tra attrici sintetiche che debuttano sul grande schermo e registri pensati per arginarle, la battaglia su chi controlla l’identità umana nell’era dell’AI è appena cominciata.

S. C.

 

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