Così vicini, così lontani

Le fortezze epistemiche. Parte 1 di 5

 

Premessa

 

Non so voi, ma io ho l’ansia. Più esattamente la FOMO: Fear of Missing Out – mi pare sempre di perdermi un pezzo. Prima pensavo derivasse da incertezza e precarietà, poi da un sentimento di inadeguatezza, infine dalla convinzione di non poter davvero incidere nelle cose, lontane e vicine.

«Gulp! Sono come Ulrich, l’uomo senza qualità», ho pensato. Allora sono un eroe contemporaneo. Dove la parte più importante non è “eroe”, ma “contemporaneo”.

Se non senti di aderire al tuo presente, di esserci o esser-ci, vivere è un casino. Prima di tutto ti senti solo. Poi impotente (che è un bel paradosso, quando hai accesso libero, gratuito e veloce alle informazioni e a una vastissima gamma di mezzi di produzione, distribuzione e comunicazione, ma fai una fatica improba a distinguere, scegliere, agire, esprimerti). Infine non sai più dove guardare per ricomporre i pezzi.

E quando non sai più dove guardare che fai? Fai una mappa. Quella che segue è una mappa: un esercizio di morfologia del presente. Cosa cercare quando guardiamo il presente? Cosa è sostanziale e cosa è rumore?

C’è, alla fine della mappa, qualcosa che suona come una tesi, ma dimostrarla è difficile come fare la Storia della Storia mentre accade. Meglio pensare che sia solo un tentativo di definire i confini di un oggetto di analisi e di scegliere gli strumenti di osservazione.

Fate conto sia un diario di navigazione. Powered by mouse. Nel diario ho provato a mettere qualche cerchietto qua e là, dove mi sembrava di riconoscere forme ricorrenti che attraversano fenomeni apparentemente lontani: sono le lenti.

Cerchio 1
Uno smartphone, i colleghi di lavoro, una biblioteca, un parco di Data Center e un parco minerario. Questi punti servono a chiarirmi il concetto di infrastruttura.

Cerchio 2
Highclere Castle, una fabbrica, una centrale elettrica, il web, i campus Google e Apple nella Baia di San Francisco, l’iPhone. Questi punti mi hanno fatto pensare alle fortezze epistemiche.

Cerchio 3
Una chat. Un quartiere normale. Il CERN. Il tempo e lo spazio. Questi punti hanno descritto una relazione, una proporzione → autonomia cognitivo-operativa : dipendenza sistemica.

Cerchio 4
Una domanda: qual è il limite di autonomia cognitivo-operativa che è possibile distribuire, oltre il quale il costo delle condizioni di esistenza diventa così alto da rendere “inabitabile” – cioè non coerente con la soddisfazione dei bisogni, non sostenibile, non desiderabile – la civiltà?

E poi una risposta, sotto forma di tesi.

 

 

Leggi e ascolta anche: La governance digitale al di là dell’individualismo

 

 

Una civiltà prospera finché stare insieme conviene a tutte le sue parti: finché il di più che produciamo cooperando vale, per ciascuno, più di ciò a cui rinuncia per restare nel gioco. Finché è così, quel di più si distribuisce, e la negoziazione resta aperta, perché nessuno esce a mani vuote. Il costo delle condizioni di esistenza e di possibilità è inferiore rispetto al costo di distribuzione dei benefici.

La compressione comincia quando, per ottenere lo stesso risultato – o uno più grande – bisogna togliere ad alcuni più di quanto il beneficio comune restituisca loro. Da lì la civiltà smette di crescere distribuendo e cresce sottraendo. Il surplus non viene più dall’espansione, ma dall’erosione, e questa erosione può manifestarsi come meno reddito, meno tempo, minor ruolo, potere, salute. Quando la crescita del risultato dipende dalla riduzione dello spazio di negoziazione al punto che le parti perdono una parte di benefici maggiore del costo investito, si ha la compressione. Non è una legge, ma un fenomeno da descrivere.

Poiché la costante della crescita contemporanea è la Supply Chain della conoscenza, e poiché questa è fatta di due filiere distinte – una materiale, l’altra immateriale – bisogna chiedersi quali siano le condizioni di esistenza e di possibilità di questa gigantesca infrastruttura abilitante.

Le condizioni di possibilità sono infrastrutture, competenze, filiere, stabilità geopolitica, e dipendono dalla disponibilità collettiva ad accettare concentrazioni di potere, dipendenze funzionali e allocazioni di risorse che, prese da sole, nessuna comunità sceglierebbe come ottimali, eque o trasparenti. Fin quando restano ricostruibili, non sono alienate e non fanno monopolio. La ricostruibilità è la possibilità di correzione. Mantenerla è il prerequisito della libertà contemporanea: più questa capacità si allontana, più cresce la dipendenza sistemica. Oggi individui, organizzazioni e governi hanno ceduto quote importanti di indipendenza in cambio di capacità cognitivo-operativa. Comprimere ancora quelle condizioni pone un serio problema di libertà, e in ultima analisi di capacità di auto-definirsi.

Le condizioni di esistenza, invece, dipendono dalla disponibilità, lavorabilità ed economicità delle risorse materiali ed energetiche. In una civiltà sana, l’aumento di capacità cognitivo-operativa dovrebbe crescere in equilibrio con i costi marginali di quell’espansione, facendo aumentare i benefici per tutti: sostenibilità, reddito, indipendenza, salute.

Oggi, invece, vediamo il contrario: si comprime nello spazio l’intera catena estrattiva e trasformativa, per togliere attriti e intermediari; si comprime la materia – più funzioni meno grammi; si comprime il tempo – la latenza schiacciata; si comprimono i vincoli di sostenibilità, per correre; si comprimono intere filiere professionali, per aumentare la dipendenza degli user e l’asimmetria del tavolo. Ognuna di queste tendenze rischia di non essere desiderabile. E passi se qui il termine compressione farà un po’ da passe-partout: è ciò che permette di unire il vicino e il lontano.

 

 

Leggi e ascolta anche: Dall’era del post all’era del proto. Verso nuovi paradigmi del sé e del reale

 

 

Come rendere abitabile il mondo che stiamo costruendo? Questa è la domanda politica per cui cerco una risposta.

Nel XXI secolo l’unità minima della politica infatti non sembra più l’individuo, né l’istituzione, ma l’ecosistema di dipendenze che rende un territorio capace di continuare a produrre conoscenza, servizi, relazioni e capacità di correzione senza delegarle del tutto a infrastrutture esterne. Così fosse, la politica non amministrerebbe più interessi, ma quote di indipendenza sistemica attraverso il rafforzamento dei punti di correzione e reversibilità dei sistemi di cui si dota per aumentare la propria produttività.

 

1. La conoscenza si comprime

Da utilizzatore seriale e compulsivo di Claude Code, ormai al terzo gettone di resistenza alla human-dependency, come un Umanista Anonimo qualsiasi, posso dire che se c’è una risorsa scarsa a cui l’AI sopperisce, è la disponibilità a insegnare. Non è solo tempo: è una cosa all’incrocio tra tempo, pudore, cultura, competenze, coraggio, capacità di divulgare – tutte qualità che un’azienda non ha gli strumenti, e forse nemmeno il compito, di misurare, rafforzare, distribuire al proprio interno.

Con Claude Code puoi fare domande. Tutte. Quelle stupide, che nessuno oserebbe per paura di fare brutta figura; quelle complesse, che nessuno pone per non mettere nei guai sé e i colleghi. In ogni momento della giornata o del progetto. La conoscenza arriva dove serve, quando serve: nel momento della decisione.

Ma il punto non è la qualità delle risposte, o la loro velocità. Il punto è che ho dialogato con un’infrastruttura. Ed è enorme, perché le infrastrutture sono da sempre motore e cinghia di trasmissione, condizione e controllo, forma e dinamica del potere, anima della Storia.

Intelligente o stocastica, l’AI come infrastruttura trasforma la conoscenza e ne fa un risultato operativo. La stessa differenza di valore che passa tra il pescatore che tira su il tonno e i 180 grammi colati alla GdO. O tra il minatore di cobalto del Congo e i pochi grammi nell’iPhone. La scatoletta di tonno e l’iPhone hanno un valore n volte superiore al bene primario da cui dipendono, ed è un valore costruito lungo la Supply Chain che si serve di un’infrastruttura.

Ma il viaggio secolare e chilometrico che permette a un rigo sepolto in una biblioteca di trasformarsi in insight-prodotto, quale infrastruttura sfrutta? E di che natura è questa Supply Chain invisibile della conoscenza? È una filiera? Un Supply Network? O qualcosa di ancora diverso? Che forma ha? E per aumentare il suo portato – l’autonomia cognitivo-operativa – chi o cosa sarà compresso?

Così mi sono chiesto: cosa c’è dentro e dietro il mio smartphone? Che cos’è uno smartphone?

Scusate il falso incipit – era un artefatto.

 

 

[Continua]

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