Road to Smart City 2026: chi ha la responsabilità di costruire la prossimità?

Abbiamo chiuso il ciclo 2026 del podcast “Rome Smart Hub” con la tavola rotonda “Road to Smart City” durante la Rome Future Week, mettendo a confronto imprese, mondo accademico, strumenti di co-progettazione e capitali sul tema “Materia Prima”

 

 

Roma è la capitale più estesa dell’Unione Europea: 2,7 milioni di abitanti nel comune, 4,2 milioni se si guarda all’intera area metropolitana; inoltre, più di 23 milioni di visitatori ogni anno vi trascorrono almeno una notte. È una città di 327 quartieri, alcuni dei quali distanti – non solo geograficamente – anni luce l’uno dall’altro: tra i quartieri Parioli e Tor Bella Monaca il reddito medio dichiarato varia di circa 3,5 volte e la quota di laureati nei quartieri più istruiti è fino a otto volte quella delle periferie più lontane. Sono numeri che pesano anche sulla salute, oltre che sul reddito e sull’istruzione, e che raccontano una città ancora profondamente disomogenea.

È a partire da questi dati che lo scorso 23 settembre ha preso il via la tavola rotonda “Road to Smart City 2026 – Roma come hub d’Innovazione“, che abbiamo organizzato presso lo Spazio Attivo Roma Casilina di Lazio Innova, nell’ambito della Rome Future Week. Un appuntamento che ha richiamato una platea folta e attenta, e che ha chiuso il ciclo 2026 del nostro podcast “Rome Smart Hub“, realizzato insieme alla Consulta Roma Smart City Lab.

Ad accogliere il pubblico, con un saluto istituzionale in apertura, è stato Maurizio Andolfi, responsabile del servizio operativo Spazio Attivo e Open Innovation di Lazio Innova, la società della Regione Lazio che si occupa di sviluppo e supporto ai processi innovativi sul territorio, attraverso una rete di spazi di cui quello che ha ospitato l’evento fa parte. Andolfi ha ricordato le diverse leve con cui Lazio Innova sostiene l’ecosistema regionale: dal supporto diretto alla nascita e crescita delle startup alle azioni di Open Innovation, pensate per mettere in contatto chi produce Innovazione con le imprese che ne hanno bisogno, fino ad arrivare al supporto nell’accesso ai bandi della Commissione Europea e allo sviluppo delle competenze richieste dal mercato. Un filo comune lega tutte queste attività: farle sempre in rete con chi, per vocazione o mandato istituzionale, lavora sugli stessi obiettivi; la stessa logica di collaborazione – ha osservato Andolfi – alla base dell’incontro “Road to Smart City 2026”.

Michele Franzese, Founder della Rome Future Week, ha condensato in una parola il filo conduttore raccolto in questi primi giorni di manifestazione diffusa: consapevolezza. Non tanto la capacità di programmare il futuro tecnologico, quanto quella di comprendere davvero gli strumenti che usiamo ogni giorno, prima di adottarli in azienda o nella vita quotidiana. Un invito che ha legato a un cambiamento più ampio vissuto dalla città: se fino a pochi anni fa a Roma si parlava quasi solo di politica, oggi la Capitale sta imparando a raccontare se stessa, le sue università, i suoi ricercatori, le sue aziende, e “occasioni come Road to Smart City 2026 ne sono la prova più concreta”, ha concluso.

T. Sharon Vani di Radio Activa Plus ha poi introdotto il dibattito con un breve riepilogo dei temi raccontati durante l’anno con “Rome Smart Hub” – mobilità, infrastrutture, salute, turismo e sicurezza – tenuti insieme da un unico filo conduttore, la prossimità. Chi lavora sulla mobilità – ha ricordato – chiama Roma “la città dei 15 minuti”; chi si occupa di infrastrutture insiste sull’anticipare i problemi prima che sorgano, riducendo una distanza temporale prima ancora che fisica. Ancora, chi lavora sulla salute la traduce in prevenzione, portando le cure vicine ai più fragili. Chi si occupa di turismo, invece, l’ha raccontata come un problema di distribuzione – Roma, infatti, non ha un eccesso di visitatori, ma una concentrazione altissima negli stessi luoghi, mentre il resto della Città metropolitana, con i suoi 120 comuni, resta sconosciuto. Chi lavora sulla sicurezza, infine, l’ha definita come presenza costante, capace di prevenire isolamento e vulnerabilità. Da qui la domanda posta come possibile chiave interpretativa della serata: “Cosa vuol dire essere vicini a qualcosa, in una città? Perché la prossimità è accessibilità. È informazione. È prevenzione. È capacità di anticipare i bisogni. È possibilità di partecipare“.

 

 

Roma negli ultimi anni ha scalato le classifiche delle città più smart, fino ad arrivare, nel 2025, ad aggiudicarsi lo Smart City Award a Barcellona, e oggi può contare su 850 hotspot Wi-Fi in 100 piazze, 75 stazioni della metropolitana coperte, 250 chilometri di nuova fibra, 3mila antenne. Eppure, per fare un esempio, il tasso di motorizzazione nella Capitale resta altissimo, quasi un veicolo per abitante attivo. La tecnologia, da sola, non basta a cambiare il modo in cui una città si vive ogni giorno.

Per raccontare questa complessità, la serata ha scelto come chiave di lettura “materia prima”, il tema della Rome Future Week 2026. Non una sola, in realtà, ma sei, perché riteniamo che per fare una Smart City ce ne voglia più d’una: le persone, le interazioni, le infrastrutture, i dati, il tempo, il capitale.

Attorno a queste sei parole si sono alternati sul palco, con la moderazione di Paolo Emilio Colombo, direttore editoriale di Radio Activa Plus: il Prof. di Antropologia culturale dell’Università di Roma La Sapienza Massimo Canevacci, il Presidente della Consulta Roma Smart City Lab Leandro Aglieri, il CEO di Smart City Roma, nonché direttore Top Clients di INWIT, Gabriele Abbagnara, il Prof. di Informatica giuridica ed Etica digitale dell’Università Mercatorum di Roma Giuseppe Corasaniti, il responsabile dello Sviluppo applicativo IT di ATAC Roberto Caricasole, e l’investitore, imprenditore IT, Talent Mentor e General Partner di Rigel Ventures, Leonardo Ambrosini. Voci tanto diverse raramente si trovano nello stesso spazio, ma hanno provato a rispondere tutte alla stessa domanda: cosa dà davvero forma all’Innovazione urbana?

 

 

Leggi anche: Rome Future Week 2026, il futuro di Roma parte dalla sua “materia prima”

 

 

Materia prima: persone

Ad aprire la tavola rotonda è stato il Prof. Massimo Canevacci, che ha ripreso il concetto di “polifonia” – la città come intreccio di voci diverse, spesso dissonanti – per introdurre quello che ha definito il proprio concetto fondamentale, l’ubiquità. Nell’epoca della comunicazione digitale, ha spiegato, non abitiamo più un solo luogo: siamo contemporaneamente qui e altrove, in una condizione che ha definito “dappertuttità”. Un’identità più fluida di quella a cui eravamo abituati, ma che – ha ammesso con onestà intellettuale – non tutti vivono come una liberazione; per molti è, invece, motivo di smarrimento, e genera il desiderio opposto, quello di ritrovare una fissità, un radicamento territoriale.

Da qui è nato il confronto diretto con il modello scelto da Roma, quello della “città dei 15 minuti” che, se da un lato garantisce la prossimità e il benessere quotidiano, dall’altro si scontra con tutto ciò che a quella logica sfugge sistematicamente – il lavoro prima di tutto, ma anche il bisogno di transito, di incontro con l’altro, che per Canevacci resta una componente irrinunciabile della vita urbana. Ubiquità e prossimità – ha suggerito il Professore – non sono necessariamente in conflitto: sono forse le due facce di una stessa domanda, quella su chi sia davvero l’abitante per cui una città viene progettata oggi.

 

Materia prima: interazioni

A raccontare cosa succede quando quella polifonia si organizza è stato il Presidente della Consulta Roma Smart City Lab, Leandro Aglieri, che ha aperto con un dato che vale più di molte definizioni: in due anni la Consulta è passata da un centinaio a oltre 330 componenti – non solo cittadini, ma soggetti giuridici, aziende, startup, comitati di quartiere – arrivando a una dimensione che le altre consulte capitoline, ferme in media a una trentina di iscritti, non hanno mai raggiunto. Un fenomeno che altre città stanno studiando da vicino, al punto da chiedere a Roma di “esportare” il proprio modello.

Di questo percorso resta traccia in “Roma Città Solare“, libro appena pubblicato con la curatela di Aglieri e composto da 28 capitoli, scritti da 33 autori, tra i quali figura anche la nostra direttrice responsabile, Sabrina Colandrea. “Roma città solare” – ha spiegato Aglieri – è stato pensato come manifesto di un modello di Innovazione dal basso.

Aglieri si è poi confrontato con un nodo molto concreto: l’ecosistema startup romano, oggi frammentato tra decine di realtà che lavorano ciascuna per conto proprio, senza un coordinamento capace di offrire a chi investe un punto di accesso unico, un problema su cui la Consulta ha già presentato uno studio, aprendo un tavolo di lavoro comune, a Valeria Baglio, nuova Assessora alle Attività produttive, Pari opportunità, Attrazione degli investimenti e Attività di coordinamento in materia di politiche e decoro del Centro Storico di Roma Capitale.

 

Materia prima: infrastrutture

Pensare, condividere, fare. È questa la prospettiva emersa durante il confronto sulla trasformazione smart di Roma in merito al tema “infrastrutture”. Per costruire una città più connessa, ha sottolineato il CEO di Smart City Roma, nonché direttore Top Clients di INWIT, Gabriele Abbagnara, è fondamentale partire dalla conoscenza dei fenomeni sociali e territoriali e, soprattutto, dalla comprensione dei bisogni reali del territorio.

Il progetto di infrastrutturazione digitale di Roma nasce dalla collaborazione tra pubblico e privato e punta a creare una piattaforma sulla quale sviluppare nuovi servizi per la città. Dalla connettività in metropolitana, passando per gli hotspot Wi-Fi nelle piazze, fino alla videosorveglianza e alla copertura dei principali luoghi culturali, si stanno rendendo fruibili nuove possibilità di connessione e di accesso ai servizi.

Ma il valore del progetto non si esaurisce in pochi anni: “resteranno le infrastrutture, le competenze, i dati, resterà quello che abbiamo imparato“. La sfida, ora, è mettere a fattor comune quanto costruito e trasformarlo in nuovi servizi e opportunità per cittadini e territorio.

 

 

Leggi anche: Nasce “Roma città solare”, il libro partecipato della Smart City

 

 

Materia prima: dati

Con l’intervento del Prof. Giuseppe Corasaniti il discorso si è definitivamente spostato sui dati. Con un gruppo di lavoro trasversale, tra cui figura il geografo Mauro Preda, ha sviluppato l’Indice di Prossimità Dinamica: il territorio viene diviso in celle esagonali da 250 metri e una rete neurale misura non solo dove si trovano i servizi, ma come il loro effetto si propaga nell’area circostante.

Il modello, testato su un percorso di circa 70 chilometri che attraversa il centro di Roma, i quartieri periferici e i borghi della Valle dell’Aniene, permette di simulare in anticipo l’impatto di un nuovo servizio, come un punto di primo soccorso, prima ancora di realizzarlo.

Il software sarà Open Source, in linea con il Codice dell’Amministrazione Digitale, e pensato per ragionare su scala metropolitana e non solo cittadina, in vista anche dell’uscita del libro “Prossimità” a gennaio 2027.

 

Materia prima: tempo

“Roma, la città dei 15 minuti, per noi diventa una responsabilità“. È partito da qui Roberto Caricasole, responsabile dello Sviluppo applicativo IT di ATAC, per parlare di mobilità e trasformazione digitale. Il tempo – ha spiegato – è una delle dimensioni centrali del trasporto: non solo quello necessario per spostarsi, ma anche quello legato all’esperienza del passeggero.

Per gestire questa complessità, ATAC sta lavorando alla costruzione di un “gemello digitale dei trasporti della città di Roma”, capace di mettere in relazione dati sulla posizione e sull’affollamento dei mezzi, informazioni sulle attese, dati meteorologici ed eventi sul territorio. L’obiettivo è “predire eventuali problematiche” e poter informare tempestivamente gli utenti.

La tecnologia, però, deve rimanere al servizio delle persone. L’esperienza del servizio Tap&Go, che registra una media di 150mila utilizzi al giorno, ha dimostrato, secondo Caricasole, che quando una tecnologia è “immediata, di semplice utilizzo e veloce, viene utilizzata”.

Ma innovare significa anche evitare nuove barriere: “Non possiamo creare, con la digitalizzazione dei processi, una barriera di accesso al servizio pubblico”. L’utente, ha concluso, deve restare “l’elemento decisionale”, anche nella futura evoluzione verso un sistema di bigliettazione account-based, in un’ottica di maggiore integrazione tra trasporto pubblico, micromobilità e altri servizi.

 

Materia prima: capitale

Come evitare che Roma resti solo un mercato che assorbe Innovazione, senza diventare il luogo che la genera e la trattiene? I numeri, purtroppo, raccontano un’Italia che investe pochissimo proprio dove servirebbe di più.

Ce lo ha raccontato Leonardo Ambrosini, General Partner di Rigel Ventures: nel 2025 il Venture Capital italiano ha mosso circa 1,5 miliardi di euro, una cifra che sul piano assoluto sembra rilevante, ma che pro capite si ferma a 25 euro a cittadino, meno della metà rispetto alla Spagna e un quarto rispetto alla Francia.

Di quel miliardo e mezzo, solo l’1% arriva alle startup in fase Early Stage o pre-seed, quelle che Ambrosini paragona a bambini alle elementari: quasi la metà finisce invece nel Grow Capital, ovvero su realtà già consolidate e a basso rischio. Il suo fondo, nell’ultimo anno, ha valutato circa 800 progetti, ma ne ha finanziati soltanto tre.

Per l’investitore e Talent Mentor mancano tre cose: una cultura dell’imprenditorialità che in Italia resta affidata al caso individuale, un tessuto economico pubblico e privato capace di riconoscere e acquisire l’Innovazione e capitali disposti a scommettere sulle fasi iniziali.

 

 

Ascolta anche il nostro podcast Rome Smart Hub

 

 

Una domanda, sul finale della serata, si è trasformata in una sfida diretta lanciata ai relatori: se la vera materia prima della città non fossero i dati, ma la prossimità – quella distanza, reale o percepita, che decide chi può sentirsi parte di Roma e chi no – di chi sarebbe la responsabilità di costruirla? Dell’istituzione, dell’impresa o del cittadino? A chiudere il dibattito il Presidente Aglieri con una considerazione condivisibile, che è al contempo un richiamo all’azione e un invito a iscriversi alla Consulta Roma Smart City Lab:

“Il problema di noi italiani è che cerchiamo la responsabilità sempre in qualcun altro; invece la responsabilità del futuro è nelle nostre mani. Una volta compreso questo, le cose accadono da sole. Invito tutti i presenti a entrare nella Consulta. Se verrete alla prossima assemblea in Campidoglio, capirete cosa sta succedendo anche a livello energetico. Nell’Aula Giulio Cesare, che normalmente ospita 60 consiglieri comunali, ci troviamo tra i 150 e i 200 membri, e si percepisce proprio quell’energia che oggi ha generato un libro. Non solo, noi abbiamo dato vita al progetto di teleassistenza agli anziani di Corviale. A proposito di prossimità, quando sono andato a Corviale, accompagnato dal Presidente del Comitato di quartiere, gli ho detto che avevo bisogno che mi venisse detto ciò che andava fatto. Mi è stato risposto che agli anziani del nono piano serviva un servizio di telemedicina perché non potevano scendere per via degli ascensori rotti. Questo non accade per caso; ci siamo mobilitati e più siamo più cambiamo la rotta. Roma ha 3 milioni di abitanti, 330 sono sufficienti per avviare, ma ci servono tutte le persone che oggi sono dentro questa stanza. La responsabilità, per me, appartiene a ognuno di noi.”

L’invito a fare ciascuno la propria parte ci è sembrato la sintesi più onesta della serata: un confronto che ha attraversato dati, infrastrutture, capitali e identità per arrivare sempre alla stessa conclusione, che il futuro di Roma si costruisce solo se si smette di aspettare che lo costruisca qualcun altro. Il confronto è poi proseguito informalmente ben oltre la chiusura ufficiale, nel rinfresco che ha chiuso l’evento e si è trasformato in una ricca occasione di scambio tra i relatori e il pubblico presente.

S. C. | F. A. | T. S. V.

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