Le fortezze epistemiche. Terre rare e Data Center: la geografia nascosta di chi decide per noi
3. Il potere si concentra
Boom. 2023. Un gomitolo simile a una stella, o a un buco nero, circondato da convoluzioni filamentose, compare in alto a destra nella tab di Google: è una chat. Intelligente. Molto. O almeno così pare. Ma non è il punto. Come non lo era Claude Code. Il punto è che questo strumento comprime tempo, spazio e fatica dell’apprendere, e mi consegna, trasformata e pronta all’uso, una tonnellata di conoscenza pregressa nell’unico suggerimento operativo che mi serve, quando mi serve, per agire.
Mi restituisce agency. Riduce la mia dipendenza dalle filiere professionali e dalle storture organizzative che rendevano asincrono il mondo reale intorno a me. Mi riporta a me – un me aumentato, capace di aggiustare una lampadina, intentare una causa o farmi la diagnosi Up & Running. E, sincronizzando quel residuale di reale sfuggito ad Amazon & Co., accorda bisogno e soddisfazione. Un’idea di immediatezza e immaterialità, una percezione di autonomia tanto più grande e semplice quanto più concentrato e ampio è il potere che la rende possibile in ogni smartphone della Terra. E ce ne sono. Circa 7 miliardi e mezzo.
La risposta a «che cos’è uno smartphone?» ora si fa più chiara. È l’ultimo miglio verso cui si propaga l’infrastruttura invisibile della conoscenza, e così ci tira dentro le sue logiche di compressione. D’ora in poi facciamo parte dei costi di investimento crescenti delle infrastrutture che permettono la nostra stessa autonomia.
E, spoiler, questo costo non è solo, o soprattutto, ambientale ed economico, per quanto immane. È il prezzo politico di una negoziazione che oppone la volontà di potenza del singolo – il desiderio di muoversi svincolati – alla necessità della regola collettiva, ma senza più comunità, organizzazioni, Stati. Senza il fondamento sociale, giuridico, sentimentale che autorizza un centro a decidere per i margini.
Chi deciderà, allora? Su quale base? Come giudicarlo, limitarlo, sfiduciarlo, eleggerlo? Domande che non ci appartengono più, per un motivo semplice: dentro un’infrastruttura tutte le parti sono legate dai feedback. Le decisioni riguardano solo l’ottimizzazione della macchina. Del resto il tema delle regole non è nuovo: un quarto di secolo fa Lawrence Lessig l’aveva detto in tre parole – code is law. Il codice è legge. È il software che duplica, computa, rappresenta ed esegue il mondo. Non come rappresentazione, ma come gemello che si correla al suo gemello fisico per finalizzare produzione, distribuzione, uso: di cose, servizi e melanzane nel frigo di casa. Quando il mondo si sdoppia – in uno eseguito e uno vissuto, anche se la differenza quasi non esiste più – la rete di agenti non ha un decisore unico a monte cui imputare alcunché.
E se qualcosa va storto? Altro tema noto: l’accountability. Chi va a processo? Il politico che ha dato il via al programma di telemedicina? La software house col brevetto? Il partner che l’ha venduto? Il team di ingegneri? Chi ha addestrato l’LLM? Chi ha impostato la temperatura e le fonti? O chi ha scritto male un’API, una query, l’interfaccia che ha troncato un «not» a inizio frase?
L’ecosistema agentico non ha padroni: ha user, sopra; infrastrutture, sotto. Ma stiamo ancora guardando il dito, non la luna. Il vero tema è il cambio di scala.
4. Mega-World
Perché tutto questo accada – frictionless, con l’interfaccia pulita – serve un cambio di scala miliardario. Servono dati. Capacità di calcolo. GPU, processori, sensori, semiconduttori. E terre rare, acqua – mari d’acqua – ed energia.
Reggere questa impresa di connessione è forse il più grande successo della globalizzazione, che ha progettato reti di dipendenze col criterio della convenienza. Grazie a questa straordinaria spinta all’apertura e al libero scambio si sono spezzati vincoli di sudditanza secolari, e molte terre e persone ne hanno avuto benefici: il costo di costruire le condizioni di esistenza dell’infrastruttura era ripagato dalla capacità di distribuirne i frutti.
Economicamente è stato possibile concentrando – comprimendo? – capitali, competenze, laboratori, aziende in poche aree geografiche. Gli ingegneri col matcha sono un compendio di inclusività, ma non sono i soli: laboratori chimici, acceleratori di particelle, distretti manifatturieri; lo schema è stato replicato ovunque. Ma il settore produttivo della conoscenza è una storia a sé.
Leggi anche la prima parte di questo saggio: Così vicini, così lontani
Per quasi 20 anni gli Stati Uniti sono stati leader indiscussi di questa capacità di comprimere la filiera immateriale del sapere. Negli ultimi 10 anni la Cina ha depositato oltre 38mila famiglie di brevetti solo sull’intelligenza artificiale generativa. Lo conta la WIPO, e gli Stati Uniti restano secondi, a grande distanza. Il numero, però, non è il primato: i brevetti americani citano di più e diventano prodotto più spesso. È volume, non ancora egemonia. Anche se la capacità cinese cresce in fretta, spinta dai professionisti di ritorno e dalla campagna acquisti di scienziati formati all’estero, per lo più in USA.
Tecnicamente, è stato possibile grazie alla compressione delle informazioni e alla miniaturizzazione dei componenti. Il limite più grande è stato la fisica dei materiali. Niente di nuovo, dal silicio in poi. Solo che per alimentare la filiera materiale non è bastato un po’ più di silicio: sono serviti neodimio, disprosio, erbio, itterbio, terbio, europio, cerio, lantanio, praseodimio, scandio, ittrio, litio, cobalto, palladio, rame, indio, stagno, germanio, gallio, grafite, titanio, alluminio – e acqua, ed energia. Quest’ultima spesso prodotta da impianti fatti, a loro volta, di tutti questi materiali, più iridio, zinco, manganese, nichel, platino.
Tranne nichel, litio, cobalto e platinoidi, la Cina è quasi sempre il primo estrattore, oltre il 70-80%. E domina la trasformazione di tutto, salvo i platinoidi (Regno Unito e Sud Africa) e il nichel (Indonesia). Gli Stati Uniti hanno riaperto Mountain Pass in California, l’unico impianto estrattivo attivo, dopo averlo chiuso perché i costi ambientali superavano i ricavi.
E l’Europa? Vara leggi e accordi quadro: ricerca di terre rare, riapertura di vecchie miniere, riciclo dei rifiuti elettronici. Il mare e lo spazio profondi sono frutto di esplorazioni sempre più serie – il Giappone trivella 5mila metri sotto i mari; qualcuno sogna che in Groenlandia si sciolgano il ghiaccio e l’altrui sovranità. Mykola, guardiano di Zavallia, la grande miniera di grafite ucraina, l’ha detta bene: «non abbiamo ceduto l’Ucraina ai russi, e adesso non la svenderemo agli Stati Uniti».
Ecco le condizioni di fattibilità di quell’infrastruttura dual-engine, apparentemente due filiere e in realtà due facce della stessa medaglia. Già visibili in “Atlas of AI” di Kate Crawford, che qui insiste sul costo generato da ogni domanda a una chat. Ma, se il costo è assodato, e se questo supera la capacità di distribuzione dei benefici, la forma di questi luoghi, fisici e metaforici, merita forse ancora un po’ di attenzione per rivelare o meno l’esistenza di uno spazio di abitabilità residuale da opporre a un equilibrio di dominazione.
Due centri di potere, esemplificati in due luoghi: uno tra gli sterminati campi di grano dell’Iowa e poi in Texas; uno a Baotou, nella Mongolia Interna, tra miniere, ciminiere e laghi lunari. Il primo custodisce l’intelligenza. Il secondo, il corpo che la contiene e la connette.
Nei campi dell’Iowa prima, e già oggi tra le praterie del West Texas, sorgono le mega-strutture usate da OpenAI per addestrare i suoi modelli. Il centro di Abilene è grande quanto Central Park. Uno solo degli otto edifici è già costruito e ha una capacità di 1,2 GW (esattamente quanto serviva alla DeLorean per viaggiare nel tempo). Oltre 100mila GPU Nvidia lo alimentano. Il costo del sito sfiora i 10 miliardi, e pare sarà solo il primo nodo di una rete di Super Campus destinati a lavorare in parallelo. Fate i conti: a regime consumerebbe quanto il fabbisogno energetico di un giorno d’estate di Lazio e Toscana.
A Baotou si respira tutta un’altra aria. Sulfurea. Il Baotou Steel Rare-Earth è un complesso di mega-strutture, uomini e tecnologie per estrarre e trasformare terre rare, distribuite alle grandi industrie cinesi: batterie, turbine e generatori per auto elettriche e – paradosso – pale eoliche, aerospazio, difesa (i droni, soprattutto), e High Tech, dai led ai semiconduttori. È la più grande miniera di terre rare al mondo: 36 milioni di tonnellate stimate. E negli ultimi 30 anni, tra i minatori esposti, la mortalità per tumori ai polmoni e alle ossa è cresciuta ben oltre ogni media nazionale – di quanto, nessuno lo dice con precisione: c’è chi parla di cinque volte, chi di 70. Nelle aree limitrofe i villaggi sono noti come “villaggi del cancro”. Che i numeri non tornino è già parte del racconto: dentro la fortezza, anche il dato scompare.
Sono due esempi plastici, ma anche i due motori dell’infrastruttura su cui poggia il presente. A un capo la Cina, che domina la trasformazione delle terre rare; all’altro gli Stati Uniti, che concentrano hyperscaler, LLM, modelli. Con incursioni reciproche in campo avverso (in Mongolia c’è l’Inner Mongolia Information Park, 10 milioni di metri quadri di server dove girano i modelli cinesi, da DeepSeek in giù; in California c’è Mountain Pass, e i tentativi americani di ridisegnare l’equilibrio geopolitico per controllare estrazione e trasformazione).
E qui vale la pena tornare alla domanda lasciata aperta all’inizio: che forma ha, questa Supply Chain della conoscenza? A guardarla da fuori sembra un Supply Network da manuale – attori indipendenti, i tre flussi (le cose, il denaro, l’informazione), un’impresa perno, una rete più che una catena. Ma il Supply Network regge su un’idea sola: che la dipendenza tra i nodi sia più o meno reciproca. È per questo che il suo problema classico è coordinare, non comandare – nessuno possiede la catena, e le sue patologie note (l’effetto frusta, i margini che si sommano) sono guai tra pari, che tolgono il sonno proprio perché nessuno ha l’autorità di imporre la soluzione. La filiera cognitiva rompe quell’idea. Quando un nodo diventa il collo di bottiglia da cui dipendono tutti, e che non dipende quasi da nessuno, il coordinamento lascia il posto al comando.
Leggi anche la seconda parte di questo saggio: Così vicini, così lontani
È da questa lente che si può leggere la guerra dei dazi e delle restrizioni di esportazione. Da un lato il “modello” Hirschman, che guarda al commercio come a un’arma; dall’altro la tesi dell'”interdipendenza armata”, fondata sulla capacità di “guardare ciò che passa” e di decidere di “tagliar fuori” un attore. Hormuz è “solo” lo stretto fisico. Osservabilità e reversibilità di un sistema di denaro, informazioni e beni. Tra cui, l’energia e i suoi materiali abilitanti.
Così l’oggetto – che nella Supply Chain invisibile della conoscenza collassa in dati, energia, infrastruttura – smette di essere una filiera, o una rete: diventa esso stesso una fortezza.
Nel motore materiale il potere è territoriale: sovranità sulla risorsa – le terre rare cinesi, il nichel indonesiano, il cobalto congolese. Nel motore immateriale è di piattaforma: calcolo, pesi, dati. Sono due poteri diversi, e non si saldano da soli. L’Indonesia ne ha una metà – il nichel – e non l’altra. La fortezza massima si dà solo dove i due si saldano: dove qualcuno comanda insieme il territorio dell’estrazione e la piattaforma del calcolo. È per questo che la scena è di Washington e Pechino, e non di chiunque possieda una miniera: sono i due più vicini a tenere in pugno tutte e due le metà.
Ora la mia ansia fa un salto di categoria non banale: almeno ciò che è così lontano prende corpo. Da romano, mi fotte la paura della Cina caput mundi. Non mi resta che definire ciò che rimane così vicino. Magari – magari! – se si trovasse il modo di opporre a questa mappa della scarsità una mappa delle ridondanze – altri materiali, una seconda filiera, un altro fornitore, un nuovo standard – si potrebbe evitare che l’asimmetria si indurisca in comando.
Guardando all’architettura delle due infrastrutture, le somiglianze saltano all’occhio: entrambe desertificanti (dragano l’acqua, avvelenano – i cosiddetti “villaggi del cancro”); megastrutturali (abitate a malapena da pochi uomini dediti a servire la macchina, computazionale o estrattiva); concentrate (addensano il potere di estrarre valore e quello di trasformarlo e diffonderlo). Sono fortezze epistemiche (quasi) obsolete che (quasi) tendono al nuovo cambio di specie.
Come le cattedrali medievali, concentrano in un solo luogo il massimo di conoscenza, tecnica, ricchezza e potere di un’epoca. A differenza delle cattedrali, però, non sono fatte per essere viste: sono fatte per scomparire, mentre i loro output modellano l’esistenza di milioni di persone che non lo sanno e non possono metterci bocca.
Ma attenzione: il controllo è solo un pezzo del problema – quello dell’Osservabilità. L’altro è la capacità di correzione. Quando il potere si fa irreperibile, inconoscibile, immodificabile, cosa resta della mia capacità di deviare, contraddire, denunciare? In queste mega-strutture – macchine connesse in un sistema nervoso, diventate organismi – il conflitto viene metabolizzato. E la digestione dura millisecondi. È la prova che ciascuno di noi è ormai una propaggine dell’infrastruttura, buona solo a dare feedback. Inclusa nel monitoraggio dei warning. Resa log.
È la società che Luhmann vedeva come pura comunicazione senza nessuno al timone, e che Byung-Chul Han chiama lo sciame: tanti, connessi, e mai un’assemblea. Poiché ognuno di noi vive dentro le applicazioni abilitate da queste fortezze, la disabitudine al controllo, alla correzione, alla reversibilità si travasa nel modo in cui abitiamo il nostro pezzetto di mondo. Una comunità-non-comunità, così distratta, che ha riscritto senza saperlo le coordinate di tempo e spazio, è una società rituale. Il suo rito è la sincronizzazione perenne: del bisogno e della sua soddisfazione. Senza Storia, ma dentro la Storia. Un gruppo che si tiene insieme a colpi di feedback, perché altrimenti non c’è, non appartiene, non tiene. Senza racconto, Storia e Mito, senza telos, la coesione sopravvive solo per cicli di conferma nel presente. Autonomia, qui, non è solo dipendenza sistemica: è dissoluzione, isolamento, smarrimento. Vuoto. Proprio quello che cerchiamo, disperatamente, di riempire.
Ogni civiltà produce emancipazione comprimendo le condizioni che la rendono possibile. La novità del XXI secolo non è la concentrazione del potere, ma il fatto che ogni ulteriore crescita di redistribuzione supera la capacità di investimenti, rendendo obbligatoria la compressione. E che questa compressione sia diventata così efficace da rendere invisibili le condizioni stesse della nostra libertà. Al punto che forse la libertà, oggi, non è avere più possibilità di agire, ma continuare a vedere ciò che ogni nuova possibilità fa silenziosamente scomparire.
È una condizione tragica, nel senso di Jaspers: nessuna soluzione definitiva, ma una tensione permanente da abitare. Che è, poi, un problema di architettura, intesa come disciplina delle condizioni di esistenza.

[Continua]
