Così vicini, così lontani (Parte 4 di 5)

Le fortezze epistemiche. Dal CERN alla Banca Centrale: come si progetta un potere che si può ancora correggere

 

5. L’architettura (nuova) come disciplina di abitabilità

La domanda, allora, cambia. Cosa ci permette di vedere meglio? Di vedere l’oggetto giusto – non la chat nel telefono, ma le forme di potere costruite sulle infrastrutture che quella chat lascia intravedere? E politicamente la questione non è chi è responsabile, ma come rendere abitabile una concentrazione di potere che appare inevitabile, senza lasciarla degenerare in dominio.

Se ragionassimo in termini concreti, dovremmo capire come rendere visibile l’interno di una fortezza. Prendiamo un esempio reale, vicino, tralasciando i casi limite delle Data Farm e delle miniere… il CERN o il Gran Sasso per esempio. Qui la macchina è la matrice geometrica che detta la forma dell’involucro che la contiene, custodisce, protegge. Agli uomini che la abitano per servirla – operai, manutentori, scienziati – restano le passerelle, i corridoi di servizio, le terrazze di monitoraggio, le camere di decontaminazione, gli spogliatoi, i bagni, le mense. Lo spazio del feedback.

Questioni di sicurezza, di fattibilità, di segretezza alimentano l’invisibilità. Ma cosa accadrebbe se là vicino sorgesse questa “architettura degli spazi civici” che permette di osservare non le operazioni, ma le azioni? Possono sembrare spazi residuali, per una vita ai margini. Ma l’architettura ha sempre portato in sé una pedagogia dello sguardo e un modo di farsi dispositivo per l’azione. Forse il suo oggetto – in questa prospettiva, l’ecologia agentica e la fenomenologia della presenza – non è più modellare lo spazio intorno all’uomo o alla macchina, ma costruire luoghi intorno alle conseguenze del lavoro delle macchine. Un’architettura che progetta le condizioni perché una società continui a esercitare attenzione, giudizio e responsabilità anche quando il funzionamento delle infrastrutture supera, definitivamente, la comprensione del singolo. Secondo alcuni principi progettuali.

Il primo è la reversibilità. Nessuna decisione capace di effetti sistemici dovrebbe essere irreversibile. Non perché il sistema debba tentennare, ma perché una civiltà che delega deve conservare la possibilità di cambiare idea.

Il secondo è la memoria. Ogni grande infrastruttura produce errori, deviazioni, conseguenze inattese. Non serve un colpevole. Serve una scatola nera. Come sugli aerei: un dispositivo che non giudica, ma ricostruisce, che fa capire come un sistema è arrivato a una decisione e come può imparare da ciò che è successo.

Il terzo è l’osservabilità. Non la trasparenza totale – impossibile – ma la possibilità di vedere gli effetti senza dover vedere l’intero meccanismo. Come un sismografo non mostra il terremoto, ma ne registra le onde, ogni grande infrastruttura dovrebbe produrre un proprio gemello civico: non la copia digitale della macchina, ma la rappresentazione pubblica delle sue conseguenze – sul territorio, sull’ambiente, sull’Economia, sulla vita. Non per controllare tutto. Per continuare a vedere.

Il quarto è un luogo fisico attraversabile. Pubblico. Obbligatorio. Il gemello civico di ogni fortezza. Non dentro – sarebbe cattura; non lontano – sarebbe finta. Come oggi nessuno costruisce un’opera senza dichiarare che danni fa all’ambiente, domani nessuno accenderà una macchina simile senza tenere aperto, per tutta la sua vita, un osservatorio delle sue conseguenze.

 

 

Leggi anche la prima parte di questo saggio: Così vicini, così lontani 

 

 

La reversibilità sarebbe garantita da un “archivio” degli standard, dove sono depositati, aperti, ispezionabili i dati esportabili e i modi per ricostruire la filiera: il capitale di reversibilità. L’equivalente della Biblioteca di Alessandria.

La memoria da una scatola nera. L’equivalente dei Monasteri del Basso Medioevo dove i glossatori annotavano bussole epistemiche.

L’osservabilità dalla sala di lettura delle conseguenze che registra in tempo reale l’acqua che beve, l’energia che brucia, i mestieri che cancella, le dipendenze che semina. Cruscotti abitati dai gatekeeper, quelli il cui mestiere è tenere gli occhi dove il sistema li toglie. La Santa Inquisizione.

Chi paga? L’operatore, per obbligo, come paga gli oneri di urbanizzazione. Chi comanda? Un terzo – lo Stato che delega chi di competenza: l’università, le fondazioni, gli enti di Ricerca, le associazioni… chi quei servizi li usa. Le due mani separate: la spinta privata a comprimere, la spinta pubblica a comporre, in due edifici che si guardano. Non poi così tanto diverso dalle sale di controllo delle dighe, dai registri degli incidenti aerei, dalla normativa sull’esportabilità dei dati personali e l’interoperabilità tra sistemi e attori. Regole, sistemi e luoghi per tornare a vederci chiaro.

Ma vedere meglio, con quale scopo, se tanto non possiamo agire? Se l’unica scelta è ottimizzare? Lo scarto epistemologico di questo secolo non è stato forse passare dalla qualità alla quantità, nell’illusione che misurabilità facesse rima con giustizia?

Per capire come un’architettura fisica bilancia l’infrastruttura della conoscenza ed ispira un’architettura politica le domande cambiano ancora: non chi decide, ma chi è più capace di agire? Non chi ci guadagna, ma chi è meno autonomo per questo? Non chi ha sbagliato, ma dove si accumulano gli errori? Dove cresce la dipendenza? Quali effetti si producono? Cosa rende ancora abitabile, per l’uomo, una mega-civiltà macchinica?

Nell’epoca della battaglia per l’attenzione, mentre la nostra capacità di concentrarci crolla anno dopo anno, non dover più leggere né aspettare – perché un pool di agenti lo fa per te – può sembrare la consunzione finale della civiltà. Ma se, invece del dito, guardiamo la luna, lo spazio, il contesto in cui tutto avviene, e gli diamo forma in modo responsabile, allora agire e attenzionare diventano due momenti dello stesso essere. Esser-ci. Essere presenti, non essere nel presente. «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità», diceva Simone Weil. Hannah Arendt citava il giudizio; i greci, la prosoché (“attenzione” o “presenza di mente”).

«Gregoreîte» dicono ancora le liturgie ortodosse: siate vigili, siate attenti, restate in piedi. Cambiano le parole, non il messaggio. È l’imperativo cristiano più antico, semplice e scandaloso – quello dell’Orto del Getsemani: non addormentatevi davanti allo spirito, perché tutto ciò che è nascosto diventerà manifesto.

E dunque: qual è l’oggetto della nostra attenzione? Davanti a cosa non dobbiamo addormentarci? O, meglio: cosa resta nascosto quando costruiamo le condizioni per massimizzare la nostra autonomia? A questa domanda, alla luce di tutto, è più facile rispondere: all’indipendenza sistemica.

 

 

Leggi anche la seconda parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

 

 

6. L’architettura politica

È emersa una proporzione: più autonomia operativa conquisto, più cedo dipendenza sistemica. Essere insieme indipendenti e autonomi è, oggi, un’aporia. Forse una Politica, oggi, sarebbe tale solo se sapesse progettare l’ecologia delle dipendenze a ogni scala, in ogni campo, per ridisegnare ciò che è desiderabile e sostenibile – o almeno le condizioni di dipendenze che riequilibrino la proporzione. Se non lo fa, l’alternativa è già in campo, e la posso descrivere, non solo temere: al prossimo mondiale io, italiano, non faccio il tifo per l’Italia, ma per Amazon, o Netflix. È una provocazione, per dire chiaro un tratto dell’attualità: la competizione vera non è tra Stati. È tra Sistemi che vogliono diventare il luogo primario della capacità di agire delle persone – WeChat, o per verticali Amazon, OpenAI.

Non è una battuta solo mia. Benjamin Bratton lo chiama “The Stack”: la computazione planetaria che, senza volerlo, si mette a fare lo Stato, e al posto del cittadino ci mette lo user. Shoshana Zuboff ci mette il come: non ti reprimono, ti modulano. Tifare Amazon ai mondiali è tutto questo, detto in fretta.

Ossia spostare l’appartenenza da ciò che sono per nascita, natura, corpo e identità a ciò che posso diventare grazie a una capacità cognitiva diffusa. Non è il passaggio dalla fedeltà alla Patria a quella alla marca: è la scelta del sistema operativo che mi ridà più capacità di agire. E, come ogni cambiamento epocale, per quanto faccia paura, non serve demonizzarlo con un «mamma mia, che fine faremo?». Serve capire come moderare questa compressione crescente, che riguarda il tempo, lo spazio, la società e le loro condizioni di esistenza.

Quando la quota di lavoro ed energia per produrre uno stesso output supera quella disponibile, comprimere diventa l’unica via per evitare blocco, crisi, crollo. Ma se la compressione arriva al punto in cui il suo costo supera la capacità di ridistribuirne i benefici, la civiltà entra in uno stato di conflitto permanente.

Progettare spazi, dipendenze, responsabilità e reciprocità sembra allora un atto intimamente legato alla progettazione del desiderio. Una città, un’infrastruttura, una tecnologia abitabili non possono coincidere con il sistema operativo dell’agency individuale. Democratizzare la capacità cognitivo-operativa privatizzando il rischio e nascondendolo dietro la complessità di interdipendenze e Supply Chain è una distopia orwelliana. Il suo contrario è la progettazione di dipendenze desiderabili, quelle che alimentano la capacità di agire senza barattare l’indipendenza sistemica.

Serve forse elevare a principio decisionale non solo la trasparenza, ma la componibilità, la reversibilità, la capacità di ricostruire un tassello – o l’intera filiera – tenendo traccia del know-how sottostante. La lezione della globalizzazione è che quando ha delocalizzato un solo attore di una filiera, lì intorno sono collassate altre filiere connesse, che hanno perso prodotto e conoscenza. Effetti devastanti. E nessun risparmio sul prezzo di un trapano ripaga, alla lunga, l’assenza di economie – e comunità – proprie.

Ogni epoca costruisce dispositivi che aumentano la capacità di agire comprimendo le mediazioni necessarie a produrla. Capire un’epoca significa allora non guardare ciò che questi dispositivi rendono possibile, ma ciò che, comprimendo, rendono invisibile. Poiché il costo marginale dell’espansione riguarda l’efficientamento di infrastrutture e Supply Chain invisibili della conoscenza, la compressione può riguardare o il binomio delle condizioni di esistenza – sostenibilità ed energia – o tutto il resto: coloro che producono conoscenza (scienziati, filosofi, artisti), coloro che la trasformano (insegnanti di tutte le categorie), coloro che la distribuiscono (professionisti).

Ciò che viene reso invisibile sarebbe quindi reddito, salute, ruolo, potere, tempo, indipendenza. E sostenibilità. Tutte queste cose insieme sono difese dalla tutela della sostituibilità e della reversibilità. La reversibilità non riguarda la conservazione di opzioni decadute, ma la misura di quanti futuri sono ancora a portata di mano. Se non si restaura questo spazio di negoziazione, evolvere diventa possibile solo cambiando le condizioni di esistenza.

 

 

Leggi anche la terza parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

 

 

Detta altrimenti: gli ingredienti per mantenere e far crescere l’infrastruttura della conoscenza hanno un costo assoluto e uno relativo, entrambi altissimi. Il primo riguarda le condizioni di esistenza della Terra – ambiente ed energia. Il secondo, le configurazioni geografiche, politiche ed economiche del pianeta: è per questo che le fortezze sorgono in luoghi precisi, usando l’ambiente come parte dell’infrastruttura (il freddo dei Data Center sottomarini o artici; gli impianti di trasformazione appiccicati alle miniere). Più comprimi una filiera, fisica e immateriale, più comprimi tempi e costi.

Questa strada ha una conseguenza in particolare: la lontananza. Persone, amministrazioni, perfino governi restano lontanissimi dal luogo da cui dipende la loro autonomia cognitiva e operativa. E la lontananza è anche perdita di capacità di correzione. Si riducono a nodi che danno feedback: log, registrati, risolti, archiviati. È la metabolizzazione del conflitto, la riduzione della divergenza, e comporta uno slittamento ontologico tra esistenza e progetto, tra vissuto ed esecuzione. Cosa otteniamo in cambio? Enormi capacità cognitivo-operative distribuite. Leggendo il presente con lo specchietto retrovisore avremmo detto: opportunità. Probabilmente otteniamo tempo. Un tempo disteso, ma non abitabile. Rispetto a oggi, in cui nella stessa unità di tempo dobbiamo frantumare l’identità in funzioni multitasking, potrebbe perfino essere un guadagno.

Ma poiché un cambiamento così radicale della geopolitica non è mai né pacifico né veloce, potrebbe non esserci la forza, la voglia o il tempo per farlo. Se non possiamo comprimere il costo relativo, possiamo comprimere quello assoluto? In parte sono limiti fisici: risorse, inquinamento, energia. E qui l’adagio «inquina ora, pulisci dopo» rischia di essere inattuabile, perché pare che i limiti di rigenerazione siano già superati. Rischiamo di avere capacità diffusa e sistema ricostruibile, ma ambiente irrecuperabile. Not good. E anche ammettendo un’Innovazione dirompente, o il nucleare, i vincoli fisici tornano sempre. Il che ci porta al terzo scenario: comprimere l’agency.

Un’allocazione mirata delle capacità cognitivo-operative – come si razionava l’acqua in siccità – potrebbe abbassare la domanda e rallentare la corsa alle condizioni di espansione. Bisognerebbe rispondere: qual è la capacità cognitivo-operativa diffusa di cui abbiamo davvero bisogno, prima che produrla neghi la soluzione promessa? E come accompagnare la quota di persone – o tutte, nella quota di autonomia dismessa – perché giudichino desiderabile il compromesso?

So già l’obiezione e non è debole. Mi si dirà: la tua reversibilità è un lusso. Ogni infrastruttura che funziona diventa efficiente buttando via il doppione; e tu vuoi che teniamo in vita, per sempre, dati esportabili, standard aperti, filiere di riserva – cioè una seconda civiltà chiusa in garage, che non useremo mai. Chi la paga, in un mondo che gareggia sull’efficienza?

Rispondo con l’esempio che, in fondo, è già nel finale di queste pagine: il capitale delle banche. Dopo il 2008 abbiamo imposto agli istituti di tenere fermo un cuscinetto di capitale “improduttivo». Uno spreco, in tempi normali. Lo facciamo perché il costo del giorno in cui crolla tutto è più alto del costo di tenerlo lì. La reversibilità è quello: un premio d’assicurazione contro l’irreversibile. La domanda giusta non è «possiamo permettercelo?», ma «sotto quale soglia di sostituibilità un guasto diventa non più correggibile?» – e quella soglia si misura, come si misura un requisito di capitale. Non la lasci al mercato, per la stessa ragione: il mercato, da solo, lima il margine fino a zero. Nassim Taleb lo dice in una parola: la ridondanza non è spreco, è il prezzo per restare in piedi quando arriva il colpo che non avevi previsto. Quindi non «conserviamo la sostituibilità», ma «fissiamo il minimo di sostituibilità come si fissa un requisito patrimoniale».

Qui emerge il nuovo oggetto della politica: non più l’amministrazione degli interessi, ma il progetto delle condizioni di possibilità con cui comporre competenze e risorse di un territorio in un disegno delle dipendenze che soddisfi la quota di autonomia dismessa.

La domanda politica irrinunciabile è: qual è il livello minimo di pluralità di soluzioni che una società deve conservare per poter cambiare idea sul proprio futuro? A tutte le scale.

 

 

[Continua]

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