Così vicini, così lontani (Parte 5 di 5)

Le fortezze epistemiche. Il pilota automatico e la libertà di spegnerlo: le conclusioni di un saggio sul presente

 

7. Conclusioni

Abbiamo imparato a misurare quasi tutto. Le emissioni di CO₂, il consumo d’acqua, il rischio finanziario, l’affidabilità di una rete elettrica, la resilienza di una banca. Ogni volta che una nuova infrastruttura è diventata essenziale, la politica ha dovuto imparare a riconoscere anche le esternalità che produceva: prima invisibili, poi misurabili, infine regolabili. Forse sta accadendo lo stesso con le infrastrutture della conoscenza.

Quando una tecnologia comprime una filiera cognitiva – tempi, costi, complessità – produce un beneficio enorme. Sarebbe assurdo negarlo. Ma insieme all’efficienza genera un’esternalità che oggi nessuno guarda: la progressiva erosione della capacità materiale, organizzativa e cognitiva di interrompere quella stessa infrastruttura e costruirne un’altra. Non è un problema di occupazione. Non è nostalgia per i mestieri che spariscono. È un problema di reversibilità.

Per oltre un secolo abbiamo lasciato che il mercato eliminasse le alternative meno efficienti. Era razionale. Ma se una civiltà elimina sistematicamente ogni alternativa, prima o poi elimina anche la propria possibilità di cambiare idea.

Forse la politica del XXI secolo non dovrà tassare l’intelligenza artificiale, né rallentare il progresso. Dovrà fare qualcosa di più difficile: riconoscere che anche la sostituibilità è una risorsa pubblica.

 

 

Leggi anche la prima parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

 

 

Come oggi chiediamo alle banche capitale sufficiente ad assorbire uno shock, un giorno potremmo chiedere alle infrastrutture cognitive di conservare un analogo capitale di reversibilità: dati esportabili, standard aperti, memoria ricostruibile, pluralità di criteri, possibilità concreta di sostituzione. Non per sfiducia verso il pilota automatico, ma perché nessun pilota automatico dovrebbe coincidere con l’unica direzione possibile.

Forse è questa la nuova responsabilità della politica: non conservare il passato, ma impedire che il futuro venga consumato dall’efficienza del presente. Perché una società non è libera quando può usare il pilota automatico. È libera quando conserva, anche nel pieno della massima efficienza, la capacità materiale, organizzativa e cognitiva di spegnerlo – e di costruirne un altro.

 

Takeaway

1) Fortezze epistemiche. Fino a ieri il potere, sempre istituzionale, gemmava articolazioni per incarnare un certo modo di organizzare e amministrare gli interessi. Oggi il potere è policentrico, sovranazionale e privato, e genera infrastrutture per fornire servizi desiderabili a una massa indistinta di individui. Infrastrutture così potenti da non essere più lo strumento o la forma del potere: è il loro controllo – e in parte esse stesse – a coincidere con il potere.

2) Il conflitto per l’appartenenza. L’insieme di questi servizi non esaurisce la funzione per cui nasce: offre al popolo degli user la percezione di una perfetta autonomia operativa, in cambio della cessione di dipendenza sistemica. Il conflitto è tra Stati-nazione e piattaforme private, e il terreno è l’individuo, che riconosce e si riconosce più nelle piattaforme che nelle istituzioni del suo territorio, come si riconosce più nelle community che nella sua comunità.

 

 

Leggi anche la seconda parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

 

 

3) La dipendenza sistemica. Due fenomeni in uno: il comportamento d’uso che si impone come standard di cui non si può più fare a meno (Google, Netflix); e, più in profondità, la concentrazione di risorse, competenze, finanze, materie, impianti che avoca a sé sia il valore sia le dipendenze – il potere di accendere e spegnere, interrompere e favorire.

4) La compressione. Metodo, forza e forma del paradigma. Il mondo in ciascuna tasca. A tutte le scale, compressione delle Supply Chain per abbassare i costi e offrire personalizzazione di massa: nei centri estrattivi (Baotou) come in quelli di rielaborazione dati (Iowa); nell’archiviazione come nella miniaturizzazione; nell’offerta multi-industry della Platform Economy come nella schermata di uno smartphone. Ma la cosa più importante è che porta a galla una costante della Storia: ogni civiltà produce emancipazione comprimendo le condizioni che la rendono possibile; la novità del XXI secolo non è la concentrazione del potere, ma il fatto che questa compressione sia diventata così efficace da rendere invisibili le condizioni stesse della nostra libertà.

5) L’invisibilità. In ironica opposizione al vetro, materiale-icona del tempo, l’oggetto a cui prestare attenzione non è ciò che va alla ribalta, ma ciò che scompare dalla scena. Non la risposta immediata dell’LLM, ma l’intera catena di conoscenza compressa dalla Supply Chain che abilita quella risposta.

6) Il ruolo civico dell’architettura. Come pedagogia dello sguardo, può rendere evidenti nel disegno dello spazio le invisibilità che i sistemi operativi nascondono – così come nel codice è inscritta la regola di esecuzione, e quindi il comportamento.

 

 

Leggi anche la terza parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

 

 

7) Codice e architettura possono assurgere a ruolo costitutivo, perché ancora necessari: da qui l’idea di un’architettura delle condizioni di possibilità.

8) Il superamento dei corpi intermedi. Esteso fino agli Stati centrali, lascia alla politica un solo spazio di esistenza – e resistenza civica: il progetto delle dipendenze. Progettarle e renderle visibili permette di ridistribuire indipendenza sistemica dentro un patto sociale che sostiene l’individuo nella quota di autonomia per cui gli si chiede una parziale rinuncia.

9) Le corpo-nazioni. L’insieme di queste spinte – desiderio di autonomia degli user, concentrazione dei fattori economici, compressione, dipendenza – potrebbe farle nascere. In prospettiva, un paradigma più desiderabile terrebbe separata la spinta privata alla compressione dalla spinta pubblica alla composizione.

10) La desiderabilità. Non è una qualità soggettiva, non è il “mi piace” né il “migliore”: deriva da quanto un processo e una decisione restano correggibili e ricostruibili. Necessaria, però, non sufficiente: tiene aperto il gioco, non dice come giocarlo – perciò va accoppiata a un’idea di ciò che vogliamo diventare. La promessa politica del presente resta: come custodisco il numero minimo di risorse per non perdere del tutto il controllo, il giorno in cui volessi sostituire un criterio o ricostruire una filiera?

 

 

Leggi anche la quarta parte di questo saggio: Così vicini, così lontani

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